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SCUOLA/ Perché i nostri "laureati" sono a spasso? Bertagna risponde a Ferrante

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Come mai negli altri paesi i diplomi si acquisiscono, invece, con un numero di anni di formazione che corre addirittura da 10 a 12 ed hanno tassi di professionalizzazione più alti dei nostri? Perché poi da noi l’unico percorso formativo che garantisce e avrebbe garantito il diploma a 18 anni, ovvero il percorso di istruzione e formazione professionale previsto dal combinato disposto riforma del Titolo V e riforma Moratti, è stato sabotato con una sistematicità degna di miglior causa ad ogni livello? Perché, sempre da noi, il percorso formativo in apprendistato che dovrebbe rilasciare qualifiche professionali a 18 anni, diplomi professionali a 19 e diplomi professionali superiori tra i 20 e i 21 anni, nonostante sia stato formalmente istituito dal combinato disposto legge Moratti-legge Biagi del 2003 e ribadito dal ministro Sacconi nel 2011 è ancora di là da venire?

Forse, rispondere a questi interrogativi significa capire perché le statistiche Ocse consentono di continuare a riproporre la liturgia dei pochi diplomati e laureati che abbiamo. Ma soprattutto significa anche capire perché, da noi, da un lato, la rivendicazione della pari dignità educativa e culturale dei percorsi formativi secondari e terziari sia stata trattata come una proposta utopistica e velleitaria, quando non addirittura come un intenzionale inganno politico; e, dall’altro lato, perché si continui ad essere ostaggio dell’ideologia gentilian-gramsciana secondo la quale esisterebbe, in sostanza, un solo modo di essere eccellenti e meritevoli, quello scolastico-universitario, senza essere in grado, al di là dei proclami, di abbracciare e riconoscere il contrario, ovvero che i modi dell’eccellenza sono e devono essere vari e analoghi, mai univoci, sia a livello secondario sia a livello terziario. Questo sì sarebbe “popolarismo” non elitario. 



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