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SCUOLA/ Ultimi giorni, buone ragioni per "darsi una mossa"

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L’ultima parte di un anno scolastico è un tempo magico. Ne hanno parlato Valerio Capasa e Rosario Mazzeo, sapendo evocare la multiformità del significato di un tale impegno, poiché solo un significato vivo è in grado di sostenere un impegno non occasionale.

Il tempo scolastico non è un flusso omogeneo e solo per pochi è una continua progressiva ascesi: per i più è un susseguirsi di fasi scandite da arresti, tempi morti, rincorse affannose, ritardi sofferti o deliberatamente ricercati.

Ciò si intreccia col vissuto di ciascun ragazzo, che tanta scuola tende, più o meno volontariamente, a discreditare come non significativo, preso in considerazione solo quando sembra essere di intralcio alla carriera scolastica dell’allievo. Non sarebbe interessante, anzi per certi aspetti necessario, ripensare l’azione e il significato della scuola nei suoi possibili nessi (e non nella sua separatezza) con le azioni e i significati della vita concreta?

Certamente il tempo scolastico è ancor più segnato dalla struttura stessa dei suoi percorsi “oggettivi”, scanditi da un inizio, che segue alle lunga pausa delle vacanze estive, dalle cadenze tri-, quadri- o semestrali segnate da lezioni, interrogazioni, pagelline e pagelle, che si mescolano tra loro con diverse proporzioni nei diversi momenti. E finalmente una fine tanto agognata quanto temuta, ricca di tensioni ma, in ultima analisi, per tutti liberatoria.

Questi tempi differenti, in particolare quelli che avvicinano ad una delle scadenze che scandiscono l’anno (fine trimestre, fine anno) sono a volte rivitalizzanti e spesso rivelatori di aspetti dello studente, in genere positivi e rimasti fino ad allora accuratamente nascosti. “Tardi, troppo tardi”, sospirano i professori, “eccoli a fare lo sprint finale, come se si potesse recuperare chissà cosa in venti giorni...”.

Facile, troppo facile denigrare questa corsa di varia umanità. Una legge di Murphy ci ricorda che nella vita reale “se non ci fosse l’ultimo momento, non si riuscirebbe a fare niente”. Così sono fatti gli animi umani e sbaglia chi pensa che la scuola sia un luogo il cui significato si fondi sul gusto del “sapere per il sapere”, quasi fosse il principale e unico motore dello studiare: esistono altre motivazioni, come l’utile, la necessità, il vivere assieme a coetanei, ecc. e non onorarle almeno un poco significa non capire la vita e non saper farne tesoro. Anche il tempo scolastico, i suoi ritmi, le sue scadenze, sono vissuti da ciascuno a partire da una pluralità di motivazioni personali, diversamente gerarchizzate e hanno qualcosa da insegnarci. La scuola perciò sbaglia quando tratta con supponenza tutto ciò che non ha direttamente e formalmente a che fare con l’apprendimento formalizzato.

Tempi di sprint. Ma anche, a volte tempi morti, perché il significato sfugge. A scuola sfugge spesso perché viene escluso a priori o indicato in modo formalistico.



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