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SCUOLA/ Caro Ministro, che fine ha fatto il "referendum" sul valore legale?

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Cosa c'è da applaudire? (InfoPhoto)  Cosa c'è da applaudire? (InfoPhoto)

Ne consegue che non si tratta, rigorosamente, di abolire nulla, ma di modificare regolamenti, pratiche burocratiche, pigre consuetudini delle Amministrazioni pubbliche nella selezione dei candidati e, secondo alcuni, di modificare il dettato costituzionale. Ma la questione di sostanza, che deve guidare gli interventi legislativi ed amministrativi, è quella della corrispondenza tra ciò che sta effettivamente nello zaino delle conoscenze/abilità/ competenze del titolato e ciò che il titolo dichiara formalmente vi sia. Qui occorre prendere atto che l’intero sistema statale di valutazione, costruito sui voti, sugli esami e sui titoli finali, versa in una crisi profonda non reversibile. Detto più semplicemente: i titoli non dicono la verità sul contenuto dello zaino. Mentre nel settore privato, il mercato fa presto giustizia di tale fallacia, nel settore delle pubbliche amministrazioni e in quello delle professioni gli utenti non dispongono delle informazioni necessarie per accertare la adaequatio rei et intellectus. Si chiama “asimmetria informativa”. Toccherebbe alla certificazione espressa dal titolo di studio. Ma questa, appunto, è fasulla. O quasi. 

Il meccanismo di certificazione statale – riguardi esso i voti di una classe di scuola media, i diplomi di maturità, la laurea in medicina, l’abilitazione all’insegnamento, i concorsi a dirigente – può garantire solo sull’avvenuto rispetto delle procedure e sul possesso di determinate conoscenze. Non è stato costruito per accertare abilità e competenze. Di un candidato alla dirigenza di una scuola può solo certificare che ha buone conoscenze e buona memoria, ma nulla può dire del suo portfolio di competenze-chiave professionali. Favorevoli che si possa essere al mantenimento del cosiddetto “valore legale”, in nome delle tradizioni, dell’eguaglianza sostanziale, dell’ostilità ideologica allo spirito anglo-americano, ostili che si possa essere a impelagarsi nel tentativo di cambiare leggi, regolamenti e, eventualmente la stessa Costituzione, non si potrà negare che lo Stato fallisce sul punto decisivo: quello di dire ai cittadini utenti di servizi pubblici e professionali la verità sulle competenze professionali degli addetti. 

L’intero sistema dei concorsi dello Stato napoleonico-giacobino ottocentesco, concepito per un’epoca di Stato assoluto, autocertificantesi, monopolistico, è al fallimento. E il famoso zaino si trasforma in una scatola nera indecifrabile. Così, il valore legale del titolo di studio, che dovrebbe garantire l’uguaglianza sostanziale dalle Alpi al Lilibeo, si trasforma in un’iniqua copertura delle diseguaglianze reali. Esiste un’altra strada? Sì, è il passaggio dalla certificazione statale alla certificazione pubblica. Ed è quella che, permanendo o no il valore legale del titolo di studio, si sta tentando e praticando in Europa, in Gran Bretagna, negli Usa. Essa consiste nel definire gli standard in sede pubblica, nel far valutare ad Agenzie indipendenti di valutazione e di accreditamento, riconosciute dai parlamenti, il raggiungimento degli standard, nel far certificare a queste Agenzie il possesso individuale delle conoscenze, abilità, competenze previste dagli standard, si tratti di un alunno di Terza media o di un aspirante medico. Le scuole e le università forniscono le conoscenze, i periodi di praticantato sul campo consentono di verificare l’esistenza di abilità e competenze, le Agenzie certificano mediante esami, test, colloqui individuali e presa d’atto dello “storico” dei portfolii formativi e certificativi. 



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COMMENTI
08/05/2012 - Considerazioni a margine (Anna Di Gennaro)

Ho partecipato alla consultazione online ritenendola una sorta di diritto/dovere. Anch'io resto in attesa di ulteriori "segnali" e condivido la domanda esplicitata nella foto a corredo: "Cosa c'è da applaudire?" Continuare ad illudere le nuove generazioni è oltremodo rischioso. Altresì l'etimologia di "Res publica" richiede di abbandonare lo "status quo"...

 
04/05/2012 - Per favore non ricorriamo a nuovi "carrozzoni" (Giuseppe Crippa)

Pensiamo davvero che eventuali equivalenti italiani dell’European Qualifications Framework, della Quality Assurance Agency for Higher Education o del Council for Higher Education Agency saranno affidabili? Molto meglio lasciare al mercato la valutazione delle competenze attraverso veri - e quindi sufficientemente lunghi - periodi di prova con possibilità quindi di esito negativo e conseguente interruzione del rapporto. E questo dovrebbe verificarsi non soltanto in ogni settore, pubblico e privato, ma anche per ogni avanzamento di carriera, con possibili “retrocessioni”.

RISPOSTA:

Neppure le sigle citate sono espressioni del puro mercato. Infatti, esistono nel settore pubblico (che non vuol dire statale) i "quasi-mercati", cui la Fondazione per la Sussidiarietà ha dedicato sempre molta attenzione scientifica. Dire che "in Italia non si può fare" è da sempre lo slogan di ogni rispettabile conservatore di questo Paese. Si può e si deve. Occorre solo passare dallo "statuale" al "pubblico". Cosa che già nel Titolo V è prevista. E' il passaggio dallo Stato alla Repubblica. GC