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SCUOLA/ Caro Ministro, che fine ha fatto il "referendum" sul valore legale?

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Cosa c'è da applaudire? (InfoPhoto)  Cosa c'è da applaudire? (InfoPhoto)

Sono già su questa strada l’European Qualifications Framework, la Quality Assurance Agency for Higher Education inglese, le Agenzie di accreditamento statunitensi, riconosciute – in base al Titolo 34, Capo VI, & 602 del Code of Federal Regulations – dal Dipartimento federale per l’educazione o dalla Council for Higher Education Agency (Chia). E da noi? Anche qui si è incominciato a camminare, a partire da quei settori dell’istruzione, che nell’opinione comune sono di più basso livello – quelli dell’istruzione professionale e della formazione professionale regionale, nei quali il tema della certificazione sta diventando centrale – fino al livello dell’università e della ricerca, con l’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca). 

Ma arrivare al traguardo implica la fuoriuscita dalle pigre tavole dei programmi di studio del 1859 e successivi e stilare tavole delle competenze-chiave. E questa non può essere faccenda ministeriale-statale. Al contrario, occorre mettere insieme le espressioni di punta della società civile in campo formativo, produttivo, culturale, accademico, per costruire un’Authority pubblica, che elabori e aggiorni periodicamente obiettivi e standard e i profili delle competenze di base e competenze vocazionali. L’Ofsted (Office for Standards in Education) inglese svolge già questo compito per l’istruzione pre-universitaria. Le difficoltà della politica a procedere su questa strada non sono certo dovute principalmente all’insipienza, bensì ad una radicata resistenza al cambiamento da parte della società civile stessa, dell’opinione pubblica, dei mass-media, delle famiglie, dei partiti, tutti quanti accomunati dal pensiero unico dello Stato assoluto, garante di libertà, uguaglianza, fraternità. 

Lo Stato-Dio si è laicizzato in Stato-amministrativo, ma il suo culto è rimasto stabile e diffuso. Così la difesa del valore legale del titolo di studio serve a velare la conservazione ideologica e la difesa di corposi interessi. Quanto alla politica, ciò che le serve è una cosa sola: il coraggio di avere coraggio.

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COMMENTI
08/05/2012 - Considerazioni a margine (Anna Di Gennaro)

Ho partecipato alla consultazione online ritenendola una sorta di diritto/dovere. Anch'io resto in attesa di ulteriori "segnali" e condivido la domanda esplicitata nella foto a corredo: "Cosa c'è da applaudire?" Continuare ad illudere le nuove generazioni è oltremodo rischioso. Altresì l'etimologia di "Res publica" richiede di abbandonare lo "status quo"...

 
04/05/2012 - Per favore non ricorriamo a nuovi "carrozzoni" (Giuseppe Crippa)

Pensiamo davvero che eventuali equivalenti italiani dell’European Qualifications Framework, della Quality Assurance Agency for Higher Education o del Council for Higher Education Agency saranno affidabili? Molto meglio lasciare al mercato la valutazione delle competenze attraverso veri - e quindi sufficientemente lunghi - periodi di prova con possibilità quindi di esito negativo e conseguente interruzione del rapporto. E questo dovrebbe verificarsi non soltanto in ogni settore, pubblico e privato, ma anche per ogni avanzamento di carriera, con possibili “retrocessioni”.

RISPOSTA:

Neppure le sigle citate sono espressioni del puro mercato. Infatti, esistono nel settore pubblico (che non vuol dire statale) i "quasi-mercati", cui la Fondazione per la Sussidiarietà ha dedicato sempre molta attenzione scientifica. Dire che "in Italia non si può fare" è da sempre lo slogan di ogni rispettabile conservatore di questo Paese. Si può e si deve. Occorre solo passare dallo "statuale" al "pubblico". Cosa che già nel Titolo V è prevista. E' il passaggio dallo Stato alla Repubblica. GC