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SCUOLA/ Bertagna: drogarsi per gli esami? Meglio abolirli...

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No, accadeva per i ragionieri e per tutte le tipologie professionali . E' andato avanti fino così agli anni Venti del secolo scorso in molte circostanze. E' dalla legge De Stefani del 1921 che diventa diffusa in tutti gli ordini e gradi di scuola la pratica degli esami. Certo, hanno una loro tradizione: basti pensare alla Ratio Studiorum gesuitica e quindi ai licei nella modernità. Però bisogna pensare che erano esami riservati al 2 per cento della popolazione, anzi all'1,5 per cento. Non erano di massa.

 

Come diventano un fenomeno di massa?

 

La vera "scoperta" dell'esame come metodo di massa avviene dal fascismo in poi, che ancora pensava l'istruzione per una scuola elitaria e selettiva, destinata a poche persone. Dopo il fascismo, l'esame diviene invece uno strumento adoperato per il 100 per cento della popolazione studentesca. Provocando non poche distorsioni.

 

Che tipo di distorsioni?

 

La scuola diviene funzionale agli esami: la scuola per gli esami e non gli esami per la scuola. Quindi gli esami, invece di essere un'occasione per far crescere le persone, diventano una costrizione di massa di stampo burocratico.

 

La libertà delle persone sotto il controllo dello Stato?

 

Sì, se potessimo prescindere dalle dinamiche storiche. Se lo pensassimo come l'elaborazione di un paradigma sul piano ideale e teorico lei avrebbe ragione. Sul piano storico è senza dubbio vero che la popolazione nel suo complesso è stata coinvolta nei processi di istruzione proprio perché lo Stato è intervenuto in modo sistematico e burocratico come ha detto lei; ma così facendo ha pur sempre creato le condizioni per un allargamento straordinario dell'opportunità informativa. 

 

Come invece si sarebbe dovuto procedere?

 

Il problema sarebbe stato di contenere il meglio della vecchia tradizione con le risorse che solo lo Stato poteva mettere a disposizione. Perché fino a che interviene la filantropia o la carità o la solidarietà di quartiere o di comunità va bene, ma quando invece le tasse vengono raccolte dallo Stato e lo Stato non valorizza un esempio di sussidiarietà, quelle stesse iniziative vengono escluse dal governo e dai processi di istruzione.

 

Avremmo avuto una storia educativa diversa.

 

La storia non si fa con i se. Non so cosa sarebbe potuto succedere se lo Stato avesse applicato l'articolo 118 della Costituzione (principio di sussidiarietà, ndr) che peraltro non applichiamo neanche adesso perché lo Stato se ne infischia; se lo avessimo cioè applicato davvero nel 1850, nel 1890, fino al 1920, ma soprattutto nel 1948 quando la Costituzione lo ha permesso. Non lo abbiamo fatto, siamo andato avanti con il medesimo impianto inaugurato con l'Unità d'Italia che era di tipo liberale fino a quando è intervenuto il fascismo. Poi con il fascismo lo Stato è diventato il moloch che ha monopolizzato l'intero sistema. Nessun sistema può però essere autoreferenziale fino a questi livelli. Produce tossine che sono ingestibili. Continuiamo da vent'anni a dire: non facciamo concorsi, sostituiamoli con procedure più qualificanti e più rispettose delle eccellenze e delle qualità. Ma poi facciamo i concorsi nella medesima maniera.

 

Questo cosa comporta, professore?



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