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SCUOLA/ Il caso Pontremoli? Non si può bocciare i bambini per sfoltire un "pollaio"

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SCUOLA, IL CASO PONTREMOLI. Con i numeri si capiscono e si risolvono i problemi matematici, ma non sempre i problemi di scuola, proprio dove s’imparano ad eseguire i primi calcoli. La fine dell’anno scolastico riserva sempre qualche amenità, per usare un eufemismo, di comportamento degli attori istituzionali preposti a decidere la sorte delle nuove generazioni. Questa volta il motivo scatenante la bufera mediatica è la classe numerosa nella scuola di una ridente località toscana, Pontremoli.

La gestione numerica degli alunni è un problema oggettivo soprattutto da quando la scuola elementare non è più part time. Il lavoro curricolare e la programmazione didattica vanno calibrati con dovizia di particolari per catturare l’attenzione dei singoli e del gruppo classe nel caso di lezione frontale, ma anche per mantenere il necessario silenzio durante il lavoro autonomo dei gruppi. Lì erano ben trenta i bambini iscritti. La classe parallela ne contava pochi di meno, ventisette. Pare sia stato chiesto mesi or sono d’istituire la terza classe (57:3=19), atto assolutamente legittimo considerato che anche l’alunno disabile ne avrebbe avuto giovamento soprattutto in caso di assenza dell’insegnante di sostegno. Ma gli operatori alla base della piramide istituzionale, come spesso capita, non sono stati ascoltati. Non è dato di sapere perché, tra le due classi extralarge, solo una abbia avuto la cattiva sorte di veder individuati ben cinque bambini di prima elementare, talmente incapaci di raggiungere gli obiettivi minimi prefissati e l’apprendimento basilare da vedersi impedito l’accesso all’anno successivo. Non so chi abbia inventato la deprimente definizione di classi pollaio, ma posso affermare che essa è un oltraggio alla memoria del Nostro divin poeta.

Tuttavia il fatto, decisamente inconsueto e isolato, ma non privo di aspetti sui quali riflettere, denota l’incapacità logica di trovare soluzioni maggiormente adeguate alla bocciatura. C’è qualcosa che non convince nelle vibranti esternazioni del capo d’istituto, balzato agli onori della cronaca per la preoccupante scelta di condividere, con le insegnanti e con alcuni genitori, la decisione di bocciare ben cinque bambini di prima elementare, tra i quali uno disabile, due italiani e tre stranieri. 

Già il fatto che il dirigente scolastico abbia dichiarato che nello stesso istituto comprensivo c’è una classe con soli undici bambini, denota l’atteggiamento mentale con cui si è proceduto a fare “giustizia” di una situazione di palese squilibrio numerico. Quando i bambini sono troppi rispetto alle leggi vigenti, alla struttura  igienico-sanitaria e alle energie psicofisiche di chi deve organizzare il lavoro in modo proficuo, non basta rimuovere l’“ostacolo”… Chi ha bocciato in percentuale così elevata da finire sulle cronache dei maggiori quotidiani nazionali, ha dimostrato di non conoscere altri stratagemmi, meno cruenti e più adeguati alla specifica situazione. 



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COMMENTI
13/06/2012 - Diventeremo mai un Paese normale? (Franco Labella)

Ringrazio Anna Di Gennaro per il commento sul caso Pontremoli ma mi chiedo se, al solito, ci serve il caso per fare delle riflessioni. Ovviamente non mi riferisco allo specifico perchè leggo i suoi contributi critici da tempo. Ne faccio, invece, una questione generale. I danni ed i guasti connessi con la gestione numerica e contabile di quella realtà complessa che è la scuola si valutano solo quando scoppia lo "scandalo". Oportet ut scandala eveniant? Se per ragionare concretamente sui danni arrecati, negli anni del precedente Governo, dai "ragionieri" e dalle giovani scrittrici di favole, bisogna far arrivare notizie come queste, cinicamente si potrebbe rispondere di sì. Ma mi chiedo chi "risarcisce" poi le famiglie e gli studenti che pagano per colpe non proprie. L'anno scorso ho avuto una classe di Liceo delle Scienze Umane formata da 32 alunni con la presenza di un disabile. Nonostante le segnalazioni e le proteste anche dei genitori non è arrivata nessuna deroga. E' normale e civile far pagare alle famiglie questi prezzi? E' normale e civile valutare gli effetti negativi, come dire, a posteriori e quando non è ragionevole versare lacrime di coccodrillo? Lo scrivo anche pensando al dibattito, qui sul Sussidiario ed anche su Tuttoscuola, sulla educazione alla legalità e sull'insegnamento dell'economia che si sviluppa, però, per dirla con un termine crudo, "a esequie avvenute". Diventeremo mai un Paese normale dove si discute prima di produrre danni?