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SCUOLA/ Tripoli (Mister Pmi): metteremo i nuovi "tecnici" dove serve alle imprese

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Innanzitutto occorre dare legittimazione sociale all'istruzione tecnica capendo che formarsi non significa solo educarsi sulla cultura che affonda le sue radici nelle categorie generali della scuola classica, ma istruirsi anche nel lavoro. Poi, occorre una vicinanza del mondo delle imprese a questo tipo di esigenza: gli anni scorsi le aziende si sono accollate una formazione aggiuntiva in loco. In un'epoca come questa in cui i costi per le imprese sono diventati un elemento di competitività importante, hanno acquisito la consapevolezza che è bene che l'istruzione tecnica sia potenziata per ottenere personale già formato al primo giorno di lavoro. In Germania la riforma dell'istruzione tecnica ha portato negli anni scorsi ad un pieno riconoscimento dell'istruzione tecncia e ad una crescente presenza di aiuti in quella filiera, portando soddisfazione sia per le imprese sia per i giovani in cerca di occupazione.

 

Ci sono ancora margini di miglioramento per quanto riguarda il settore dell'istruzione tecnico-professionale?

 

Il lavoro che ha impostato il Miur e a cui stiamo collaborando va nella giusta direzione: far dialogare le amministrazioni centrali e quelle che si occupano della formazione, dello sviluppo e del lavoro. E soprattutto inserire in questo circuito la voce del mondo delle imprese.

 

Laurearsi, quindi, non conviene più?

 

Studiare conviene sempre. Sia che si tratti della formazione che comprende la laurea o i dottorati sia quella che si conclude con gli studi superiori. Per ora, a noi mancano periti specializzati ma, d'altra parte, c'è carenza di persone che abbiano conseguito una laurea magistrale o nelle materie tecnico scientifiche; si sta quindi riflettendo su incentivi che permettano alle imprese di occupare persone che hanno seguito questi percorsi.

 

(Federica Ghizzardi)

 

 



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