BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Una prof: ecco perché dico no alla scuola del merito

Pubblicazione:

Giovani docenti precari (InfoPhoto)  Giovani docenti precari (InfoPhoto)

E se si ritiene che le settimane linguistiche all’estero e i viaggi d’istruzione siano momenti importanti per apprendere anche in modo non formale e informale, allora si garantisca a tutti l’opportunità di parteciparvi. È vero che le scuole intervengono economicamente su chi ha necessità, ma bisogna dimostrare di essere davvero poverissimi, mentre c’è il cosiddetto “ceto medio”, costituito soprattutto da lavoratori dipendenti che stanno sostenendo l’economia del Paese e le banche europee pagando le tasse, che sulla carta non è povero, ma che i soldi per queste iniziative oggi fatica a procurarli. 

Una scuola equa impedisce che ci siano studenti esclusi da uscite didattiche perché “si comportano male”. Gli stessi non sono esclusi da pallosissime lezioni di storia o di scienze, ma sono costretti a parteciparvi, immobili come statue dietro i banchi, o a subirle fuori dall’aula con una “risorsa appositamente individuata”. Una scuola equa bandisce i “premi di fine anno per il merito”, se questi si basano solo ed esclusivamente sui risultati finali, senza tener conto dell’impegno e del progresso individuale. Una scuola di qualità è fondata sull’analisi dei processi di apprendimento, sulla valorizzazione delle discipline scolastiche da utilizzare per costruire competenze di cittadinanza, sulla valorizzazione dell’errore come occasione per apprendere e non come “peccato” da sanzionare, sulla valorizzazione dell’autonomia individuale e, soprattutto, sulla costruzione del senso di responsabilità individuale. È questo che farebbe la differenza ed è questo che bisogna favorire innanzitutto negli insegnanti: lo sviluppo del senso di responsabilità individuale. 

Finché resteremo ancorati a un’idea di responsabilità diffusa e condivisa, che ne sfuma l’importanza e ne riduce il peso, regaleremo agli utenti solo chiacchiere, continueremo ad alimentare gli incassi degli esperti esterni, ai quali spesso sono delegati momenti didattici importanti, che risultano solo piccoli spot di didattica non formale, spesso distante dai percorsi di didattica formale proposti quotidianamente. Gli insegnanti continueranno a disertare i laboratori, pensando di non doversi assumere la responsabilità della sicurezza di ogni alunno, ma assumendosi quella, non perseguibile economicamente o penalmente, di impedire occasioni importanti di apprendimento efficace, contribuendo al dilagare dell’ignoranza scientifica che colpisce la nostra popolazione. 

La vera sfida è, invece, utilizzare le conoscenze e le abilità apprese per esplorare i territori di confine tra le diverse discipline, per costruire saperi integrati, che non siano un puzzle di nozioni, per scoprire regole e leggi, per costruire competenze di cittadinanza basate sulla capacità di porsi e risolvere problemi complessi, di costruire ragionamenti, di congetturare, di progettare, di argomentare, di selezionare con senso critico informazioni provenienti da molteplici canali e da diverse fonti. E forse così potremmo anche affrontare più efficacemente il problema dell’abbandono scolastico, caratterizzato dal non andare più a scuola, senza, però, ignorare un altro abbandono, che dovrebbe spaventare di più, perché non è riconducibile a categorie sociali, è trasversale e sempre più diffuso: l’abbandono di chi garantisce a scuola la presenza fisica, ma la cui mente è fuori dall’aula e i cui interessi si spengono con il suono della campanella delle 8: cosa facciamo per questi nostri figli? 

 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
16/06/2012 - Per una scuola equa (Chiara Cateni)

"La scuola di qualità è una scuola equa, che fornisce a tutti strumenti per orientarsi nel mondo, per abitarlo con senso critico e con coscienza civile". Credo che in questa frase sia racchiuso il senso di tutto l'articolo, che condivido e faccio mio. La "scuola equa" è quella in cui sognavo di insegnare quando leggevo una famosa lettera, scritta alla scuola di un priore della campagna toscana, la mia terra, dove si dice che "non c'è scelta. Quel che non è politica non riempie la vita d'un uomo d'oggi". E poi: "nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d'essere fatti eguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell'umanità". Ringrazio Antonia per avere scritto questo appello accorato, affinché la scuola sia il luogo in cui si impara a ragionare, progettare, argomentare, porsi problemi (anche difficili) e risolverli, in cui gli insegnanti raccolgano ogni giorno la sfida di rendere uguali i propri studenti attraverso il riconoscimento e la valorizzazione delle loro differenze. Con fatica, impegno, studio e amore.

 
16/06/2012 - Non sono d'accordo (FRANCO TORNAGHI)

"Non rispondete che il ministero sta varando norme per la valutazione dei docenti e per il sostegno della meritocrazia. Non ditelo, perché anche se le proposte contenessero principi validi...". Quindi no a priori alla valutazione dei docenti. Gli stessi che fanno 'lezioni pallosissime' e che consegnano gli studenti in situazione comatosa all'ora successiva ai colleghi 'bravi'... Ma non le sembra di essere un po' in contraddizione? La scuola che vorrebbe non può esistere perché non è realista: senza una valutazione, che vada dal bidello al ministro, lezioni pallosissime sono ineliminabili strutturalmente; con la valutazione qualche possibilità di miglioramento - qualche! - ci sarebbe. Ma se a lei va bene lo status quo faccia pure: siamo in discesa - e chiunque lo vede - e prima o poi, in assenza di freni, ci sarà uno schianto!

RISPOSTA:

Se lei estrapola le frasi dal contesto, è evidente che sembra contraddittorio. Io sono a favore della valutazione, ci mancherebbe! Bisogna avere però bene in mente cosa si valuta, come si valuta e chi valuta. Gli strumenti che si adoperano per valutare scuole e insegnanti non possono e non devono essere gli stessi che si adoperano per valutare le aziende. Invito a leggere l’intervista a Margherita Hack sull’Espresso, a proposito di scuola e di aziende. E forse bisognerebbe prima riflettere sui meccanismi di reclutamento del personale docente. Può essere solo un titolo di studi a determinare l’ingresso nelle graduatorie di supplenza? E il caos da TFA può farci ben sperare sulla direzione che prenderanno i nostri decisori politici? Io non penso affatto a una scuola priva di valutazione, ma a una scuola dove la valutazione, a partire da quella degli studenti, sia una valutazione che tenga conto di processi, di contesti e di prodotti. Temo che la strada intrapresa sia quella di considerare, ad ogni livello, solo i risultati più immediatamente evidenti e magari meglio confezionati. Io credo che occorra, innanzitutto, prendere seriamente in considerazione il problema della formazione dei docenti, che vanno aiutati a riprogettare i loro percorsi didattici in modo efficace per gli studenti, riscoprendo l’alto valore formativo, in termini di costruzione della persona, che possono avere le discipline se adeguatamente proposte. Dunque, nessun “no a priori”. Non è da me! Ma solo una richiesta di riflessione dal basso. AR

 
15/06/2012 - DISTINGUERE CHI MERITA DA CHI DEMERITA (Giorgio Ragazzini)

Il linguaggio di Antonia Romano indica chiaramente che si sente schierata senza se e senza ma dalla parte degli studenti per difenderli da insegnanti castranti e iniqui, che osano non portare in gita (udite, udite!) gli studenti che si comportano male, per di più costringendoli ad assistere a lezioni che definisce “pallosissime” come un’adolescente qualsiasi, quale del resto – in tutta franchezza – dà un po' l’impressione di essere rimasta. Invece il punto è proprio qui: la scuola deve riconoscere il merito di chi si impegna, lavora, rispetta le regole (ragazzi o docenti che siano) e deve farlo proprio smettendola una volta per tutte di trattarli come chi non lo fa, così come lo Stato deve onorare il merito di chi paga sempre le tasse, il biglietto sull’autobus o il canone tv perseguendo e sanzionando i furbi e gli evasori. Come altrimenti si può ottenere “la costruzione della responsabilità individuale”?

RISPOSTA:

Mi schiero dalla parte degli studenti, senza se e senza ma! Sono il nostro futuro. Ma non intendo accusare TUTTI gli insegnanti di essere “castranti e iniqui”. L’articolo sta girando in rete, tramite fb, twitter e blog, e il consenso maggiore lo riceve proprio da insegnanti. Non sono contraria al riconoscimento del merito, ma vorrei distinguere merito da profitto scolastico. Spesso i termini sono usati come sinonimi e le proposte di premi sembrano orientate a valorizzare i profitti elevati, scindendo le prestazioni dalla persona, dal suo contesto, dal suo vissuto. Io non ci sto! Che si utilizzino le etichette linguistiche giuste e si dica che è meritevole chi, al di là del risultato finale, realizzi, attraverso l’impegno, lo studio, l’applicazione autonoma, una crescita in termini di padronanza di quelle competenze che la scuola dovrebbe contribuire a sviluppare. Ciò vorrebbe dire, da parte degli insegnanti, dedicarsi alla costruzione di contesti e strumenti che favoriscano negli studenti autovalutazione e metacognizione e nei docenti la possibilità di valutare in modo più completo, anche osservando i processi, non limitandosi a valutare solo i prodotti. Le indagini PISA non attribuiscono alla scuola italiana un buon livello di equità e, se non si interviene sulla formazione dei docenti, centrandola soprattutto sulla didattica delle discipline, sull’osservazione e riflessione, sulla costruzione di modelli e pratiche di valutazione formativa e non solo certificativa, la nostra posizione è destinata a rimanere invariata se non, addirittura, a peggiorare. Per quel che riguarda il senso di responsabilità individuale, credo che nessuna sanzione possa determinarne lo sviluppo se nell’individuo non si è costruito pensiero critico e senso civico. Ringrazio invece per avermi GIUDICATO adolescente: io, cinquantenne, che allo specchio scopro qualche ruga e qualche capello bianco in più ogni giorno, ammetto di sentirmi lusingata per l’inatteso complimento. AR

 
15/06/2012 - ad majora semper (LUISA TAVECCHIA)

come non essere d'accordo! Si sta esaurendo una grande patrimonio di docenti anche in pensione validi, che sanno cosa vuol dire portare una classe a porsi le domande, a ragionare, a saper scegliere il bene dal male (a questo proposito c'è una bella lettera di Sant'Amrogio sull'educazione). Perché non chiamarli invece di avvalersi di esperti esterni che non sanno cosa sia la didattica formale quotidiana. grazie