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SCUOLA/ Una prof: ecco perché dico no alla scuola del merito

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Giovani docenti precari (InfoPhoto)  Giovani docenti precari (InfoPhoto)

Non rispondete che il ministero sta varando norme per la valutazione dei docenti e per il sostegno della meritocrazia. Non ditelo, perché anche se le proposte contenessero principi validi, facciamo i conti con una realtà molto complessa e contaminata da troppi interessi economici, a cominciare da quelli di chi accumula capitali sulle reali o presunte difficoltà di apprendimento dei ragazzi, senza porre e porsi interrogativi su come le diverse discipline sono proposte e su come si valutano gli apprendimenti delle stesse discipline.

La scuola che vorrei è una scuola che non c’è, è una scuola in cui tutte le energie e le risorse dovrebbero essere spese per la crescita intellettuale dei nostri studenti, che sono i nostri futuri decisori politici. È una scuola in cui riscoprire una nuova etica della professione insegnante, assegnando a questa il giusto riconoscimento sociale e la forte valenza politica, nel senso più nobile del termine. 



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COMMENTI
16/06/2012 - Per una scuola equa (Chiara Cateni)

"La scuola di qualità è una scuola equa, che fornisce a tutti strumenti per orientarsi nel mondo, per abitarlo con senso critico e con coscienza civile". Credo che in questa frase sia racchiuso il senso di tutto l'articolo, che condivido e faccio mio. La "scuola equa" è quella in cui sognavo di insegnare quando leggevo una famosa lettera, scritta alla scuola di un priore della campagna toscana, la mia terra, dove si dice che "non c'è scelta. Quel che non è politica non riempie la vita d'un uomo d'oggi". E poi: "nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d'essere fatti eguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell'umanità". Ringrazio Antonia per avere scritto questo appello accorato, affinché la scuola sia il luogo in cui si impara a ragionare, progettare, argomentare, porsi problemi (anche difficili) e risolverli, in cui gli insegnanti raccolgano ogni giorno la sfida di rendere uguali i propri studenti attraverso il riconoscimento e la valorizzazione delle loro differenze. Con fatica, impegno, studio e amore.

 
16/06/2012 - Non sono d'accordo (FRANCO TORNAGHI)

"Non rispondete che il ministero sta varando norme per la valutazione dei docenti e per il sostegno della meritocrazia. Non ditelo, perché anche se le proposte contenessero principi validi...". Quindi no a priori alla valutazione dei docenti. Gli stessi che fanno 'lezioni pallosissime' e che consegnano gli studenti in situazione comatosa all'ora successiva ai colleghi 'bravi'... Ma non le sembra di essere un po' in contraddizione? La scuola che vorrebbe non può esistere perché non è realista: senza una valutazione, che vada dal bidello al ministro, lezioni pallosissime sono ineliminabili strutturalmente; con la valutazione qualche possibilità di miglioramento - qualche! - ci sarebbe. Ma se a lei va bene lo status quo faccia pure: siamo in discesa - e chiunque lo vede - e prima o poi, in assenza di freni, ci sarà uno schianto!

RISPOSTA:

Se lei estrapola le frasi dal contesto, è evidente che sembra contraddittorio. Io sono a favore della valutazione, ci mancherebbe! Bisogna avere però bene in mente cosa si valuta, come si valuta e chi valuta. Gli strumenti che si adoperano per valutare scuole e insegnanti non possono e non devono essere gli stessi che si adoperano per valutare le aziende. Invito a leggere l’intervista a Margherita Hack sull’Espresso, a proposito di scuola e di aziende. E forse bisognerebbe prima riflettere sui meccanismi di reclutamento del personale docente. Può essere solo un titolo di studi a determinare l’ingresso nelle graduatorie di supplenza? E il caos da TFA può farci ben sperare sulla direzione che prenderanno i nostri decisori politici? Io non penso affatto a una scuola priva di valutazione, ma a una scuola dove la valutazione, a partire da quella degli studenti, sia una valutazione che tenga conto di processi, di contesti e di prodotti. Temo che la strada intrapresa sia quella di considerare, ad ogni livello, solo i risultati più immediatamente evidenti e magari meglio confezionati. Io credo che occorra, innanzitutto, prendere seriamente in considerazione il problema della formazione dei docenti, che vanno aiutati a riprogettare i loro percorsi didattici in modo efficace per gli studenti, riscoprendo l’alto valore formativo, in termini di costruzione della persona, che possono avere le discipline se adeguatamente proposte. Dunque, nessun “no a priori”. Non è da me! Ma solo una richiesta di riflessione dal basso. AR

 
15/06/2012 - DISTINGUERE CHI MERITA DA CHI DEMERITA (Giorgio Ragazzini)

Il linguaggio di Antonia Romano indica chiaramente che si sente schierata senza se e senza ma dalla parte degli studenti per difenderli da insegnanti castranti e iniqui, che osano non portare in gita (udite, udite!) gli studenti che si comportano male, per di più costringendoli ad assistere a lezioni che definisce “pallosissime” come un’adolescente qualsiasi, quale del resto – in tutta franchezza – dà un po' l’impressione di essere rimasta. Invece il punto è proprio qui: la scuola deve riconoscere il merito di chi si impegna, lavora, rispetta le regole (ragazzi o docenti che siano) e deve farlo proprio smettendola una volta per tutte di trattarli come chi non lo fa, così come lo Stato deve onorare il merito di chi paga sempre le tasse, il biglietto sull’autobus o il canone tv perseguendo e sanzionando i furbi e gli evasori. Come altrimenti si può ottenere “la costruzione della responsabilità individuale”?

RISPOSTA:

Mi schiero dalla parte degli studenti, senza se e senza ma! Sono il nostro futuro. Ma non intendo accusare TUTTI gli insegnanti di essere “castranti e iniqui”. L’articolo sta girando in rete, tramite fb, twitter e blog, e il consenso maggiore lo riceve proprio da insegnanti. Non sono contraria al riconoscimento del merito, ma vorrei distinguere merito da profitto scolastico. Spesso i termini sono usati come sinonimi e le proposte di premi sembrano orientate a valorizzare i profitti elevati, scindendo le prestazioni dalla persona, dal suo contesto, dal suo vissuto. Io non ci sto! Che si utilizzino le etichette linguistiche giuste e si dica che è meritevole chi, al di là del risultato finale, realizzi, attraverso l’impegno, lo studio, l’applicazione autonoma, una crescita in termini di padronanza di quelle competenze che la scuola dovrebbe contribuire a sviluppare. Ciò vorrebbe dire, da parte degli insegnanti, dedicarsi alla costruzione di contesti e strumenti che favoriscano negli studenti autovalutazione e metacognizione e nei docenti la possibilità di valutare in modo più completo, anche osservando i processi, non limitandosi a valutare solo i prodotti. Le indagini PISA non attribuiscono alla scuola italiana un buon livello di equità e, se non si interviene sulla formazione dei docenti, centrandola soprattutto sulla didattica delle discipline, sull’osservazione e riflessione, sulla costruzione di modelli e pratiche di valutazione formativa e non solo certificativa, la nostra posizione è destinata a rimanere invariata se non, addirittura, a peggiorare. Per quel che riguarda il senso di responsabilità individuale, credo che nessuna sanzione possa determinarne lo sviluppo se nell’individuo non si è costruito pensiero critico e senso civico. Ringrazio invece per avermi GIUDICATO adolescente: io, cinquantenne, che allo specchio scopro qualche ruga e qualche capello bianco in più ogni giorno, ammetto di sentirmi lusingata per l’inatteso complimento. AR

 
15/06/2012 - ad majora semper (LUISA TAVECCHIA)

come non essere d'accordo! Si sta esaurendo una grande patrimonio di docenti anche in pensione validi, che sanno cosa vuol dire portare una classe a porsi le domande, a ragionare, a saper scegliere il bene dal male (a questo proposito c'è una bella lettera di Sant'Amrogio sull'educazione). Perché non chiamarli invece di avvalersi di esperti esterni che non sanno cosa sia la didattica formale quotidiana. grazie