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ESAME DI STATO 2012/ Cos'hanno da dire Hegel, Nietzsche e Heidegger ai maturandi?

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Martin Heidegger (1889-1976; immagine d'archivio)  Martin Heidegger (1889-1976; immagine d'archivio)

Hegel, ad esempio. Nel corso della prima lezione (Hegel: la ragione come mondo) Hegel è visto come colui che ha voluto ridefinire la ragione come “il mondo intero”: da una parte portando alle estreme conseguenze un tentativo che è sempre stato un’attesa e una pretesa della filosofia: ovvero che la nostra ragione (intesa come attività conoscitiva) abbia la possibilità di toccare e afferrare la ragione intesa come il senso ultimo del mondo. La grandezza tragica di Hegel, secondo Esposito, sta nel riproporre di continuo la domanda sulla possibilità che la ragione umana possa trovare il filo del logos anche nella contraddizione, nella negatività, nel male.

Inconsueta e provocatoria risulta poi l’interpretazione della triadicità dialettica hegeliana come perenne conflittualità dove il momento della sintesi non coincide con la cessazione del conflitto ma è il momento in cui il conflitto emerge nella sua razionalità. Di qui l’invito di Esposito a “smontare”, per così dire, il sistema triadico hegeliano “a cascata” (peraltro difficilmente individuabile in un’opera come La Fenomenologia dello Spirito) e a ripensarlo come il tentativo di vincere la lacerazione riscontrando la ragione nella contraddizione stessa del mondo.

Al di là di tutte le possibili e legittime interpretazioni di Hegel (reazionario o rivoluzionario che si voglia), la razionalità hegeliana non è, nella lettura di Esposito, un idiotismo ottimistico ma il grandioso e tragico tentativo di comprendere la contraddizione stessa della realtà come razionalità. Così la filosofia, per Hegel, non esprime soltanto il bisogno di senso ma anche ciò che soddisfa quel bisogno, ascrivendo la trascendenza e l’alterità che sola può soddisfare l’attesa della ragione, nel mondo stesso, all’interno della dinamica della ragione. La razionalità non è altro che la sua storia e trova la sua più compiuta espressione nello Stato dove la libertà si realizza nella legge.

 Ma con questo si apre un interrogativo – o forse un’aporia: se il razionalismo assoluto di Hegel sia fedele a questa pretesa della ragione o non costituisca piuttosto un suo tradimento, poiché riduce tutta la potenza di senso della realtà alle capacità di giustificazione della nostra mente. E tuttavia, al di là di questo tentativo – riuscito o fallito – Hegel, nella lettura di Esposito, costituisce un invito permanente a non sbarazzarsi del negativo, ma a stare presso di esso lasciandosi provocare dall’esigenza – forse dal grido – di senso che sempre la contraddizione ci rivolge e che noi non possiamo chiudere nei nostri schemi. 

Analogamente, Friedrich Nietzsche è visto da Esposito, nella sua seconda lezione (Nietzsche e la crisi dell’epoca moderna), non secondo l’icona consueta del distruttore della verità, condannata come il mero prodotto ingannevole della tradizione platonico-cristiana, ma come colui che avverte in maniera esasperata, fino a patirlo nel proprio stesso corpo, il bisogno insopprimibile, o meglio l’istinto per il vero, il reale, il non apparente, che l’uomo si ritrova addosso, e di cui vorrebbe liberarsi – ma che è costretto a riaprire e ad affrontare nuovamente (con le dottrine del superuomo, della volontà di potenza, ecc.). Nietzsche è interpretato, dunque, seguendone l’intenzione ontologica: la morale non si configura come problema del comportamento ma come problema della conoscenza e la nuova ontologia assume il significato di ridare nuovo significato all’essere, all’uomo, al tempo. Di qui la contraddizione tragica: chi può denunciare la parvenza, l’illusione  della verità se non chi è già in rapporto con essa? 

 



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