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SCUOLA/ Esame di III media, così la prova Invalsi mette in crisi i docenti

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

Da anni si suggerisce nella scuola italiana il lavoro d’équipe, dai tempi delle Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati (2004), a quelli delle Indicazioni nazionali per il curriculo (2007). Quanti ne hanno verificato, in questi anni, la convenienza di metodo che ne potrebbe derivare? Sono noti a tutti i dati che indicano la frammentazione del sapere nelle diverse discipline quale vero punto debole, soprattutto nella scuola secondaria di I grado. Si lavora poco (nei casi migliori) sui nodi interdisciplinari e all’esame si pretende che i nessi tra i vari contenuti li facciano gli allievi, traducendo in linguaggio proprio i punti di vista dei loro insegnanti. Che pretesa! Se pensiamo che tanti ragazzini della scuola in questione sono ancora in difficoltà con l’apprendimento della lingua italiana, oppure semplicemente non hanno la vocazione agli studi liceali. Perché non metterli durante l’intero triennio nella prospettiva di cogliere l’unitarietà del sapere? Perché non aiutarli da subito a orientarsi tra gli svariati stimoli in cui si trovano a vivere?

Perché questo costa proprio in termini di assunzione di responsabilità, a tutti i livelli. Da quello dei dirigenti: per loro significherebbe infatti organizzare il lavoro dei propri insegnanti curandone anche la crescita professionale, a quello dei docenti, perché sarebbe necessario mettersi attorno a un tavolo uscendo dall’individualismo dietro cui spesso sono barricati.

Non c’è dubbio che numerosi siano coloro che lavorano invece nella prospettiva opposta, assumendosene fin troppa, di responsabilità! Ma quale merito ne hanno? Chi ne riconosce la professionalità? Dal ministero, dopo gli impegni per la revisione delle Indicazioni nazionali per il curriculo, arriverà finalmente qualche segnale?

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