BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Non sarà imparando l'Inno che diventeremo più italiani

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano (InfoPhoto)  Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Nell’800 una generazione di giovani ha dedicato la vita, in senso non solo metaforico ma reale, ad un grande ideale. Questo non toglie che l’unità d’ Italia abbia comportato una serie di problemi che non si possono tacere. Che l’Italia sia arrivata tardi all’unità, che questa abbia significato una guerra civile, che sia stata l’esito dell’azione di una minoranza, che abbia creato grandi fratture − una su tutte, quella dei cattolici con lo Stato −, sono ombre che devono bilanciare le luci. L’Italia è entrata nella modernità facendo passi da gigante, ma in mezzo a tante e gravi contraddizioni. Se un giovane le scopre da solo, e non è la scuola a fargliele capire, penserà di essere stato truffato; penserà che le giornate della memoria gli hanno nascosto la parte «cattiva» della storia. Allora avranno buon gioco il leghista o il borbonico di ritorno a dire che si stava meglio quando si stava peggio, o che il sud è stato rovinato dal nord, e simili.

Ma secondo lei c’è un progresso nella classe docente o è tutto uguale a prima?

Non posso parlare della nostra scuola superiore perché non ne ho esperienza diretta. Devo però costatare che la storia è ancora una delle materie più intossicate dalla partigianeria. Sono stato chiamato in radio a parlare del 25 aprile, in una scuola gli studenti di sinistra avevano invitato un partigiano a fare una lezione di storia. Francamente: può un partigiano fare una «lezione» di storia? Direi che la sua può essere una utilissima, coinvolgente testimonianza, ma non una lezione. Perché invece non chiamare uno storico? C’è stata naturalmente la reazione di quelli di estrema destra. Non li giustifico, mi limito a prendere atto che una cosa utile è degenerata in rissa.

In Commissione l’Svp ha votato a favore, ma è stato accolto un emendamento del deputato Karl Zeller in cui si precisa che la legge si applica a tutte le scuole ma nel rispetto delle minoranze tutelate dall’articolo 6 della Costituzione.

Vede? È la conferma di quanto vado dicendo. Stiamo parlando di un tema centrale per capire l’Italia di oggi e c’è chi vuole la discrezionalità sulla materia. Ovvero: poiché sono altoatesino e dunque non mi riconosco nella cultura italiana, allora lasciatemi stare. E invece chi è di minoranza tedesca, al pari di chi è di Campobasso − o di Varese − deve affrontare questo problema, perché tutti viviamo in questa democrazia.

Cioè, in altri termini…

Perché uno non è toccato dall’inno? Perché non si riconosce − appunto − nella celebrazione. È l’ennesima conferma dell’incapacità culturale di pensare storicamente.

Anche a proposito del «sacro» 25 aprile?



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
18/06/2012 - migliorare i rapporti con sforzi reciporoci (francesco taddei)

I delegati della Provincia di Bolzano hanno ottenuto l'esenzione dell'obbligo di insegnare l'inno d'Italia con la motivazione di non sentirsi italiani. Vi sono atleti di quella zona che possono sopperire alle spese per gli allenamenti e l'equipaggiamento grazie alle forze dell'ordine e di cui tutta l'Italia va orgogliosa. La rivendicazione di una diversità si sta traducendo in un sentimento anti-Italia da parte loro. Questo è quello che percepisco io. Considero ciò una cosa grave, ma senza volontà di offendere nessuno.

 
18/06/2012 - Era l'hip hop per i ragazzi di Roma 1849 (Sergio Palazzi)

Tutto vero. E personalmente non la trovo una scelta molto azzeccata. Ma credo che si possa vedere la cosa in un altro modo. Cercare di immedesimare i ragazzi del 2012 nei loro coetanei del 1849, per far capire come questo linguaggio metrico, retorico e musicale fosse all'epoca decisamente di rottura, anche generazionale, un po' come l'hip hop attale. Proviamo a togliere dal testo la marcetta di Novaro (e anche l'abusata Sapore di Sale). Mettiamoci invece due o tre voci roche che si alternano a cappella tra i versi senza modulazioni: con o senza baggy pants, siamo in una strada metropolitana. La macedonia sincopata di evocazioni storiche del testo di Mameli ed i vortici di iperboli e allusioni di un testo rap hanno forti affinità di struttura e di motivazioni, direi. Oppure rivediamolo nella forma sussurrata e angosciata di Benigni a Sanremo (una delle poche cose davvero strepitose che Benigni abbia fatto da decenni). Sta a vedere se poi l'insegnante di italiano (già, come sempre l'obbligatoria figura perno della nostra scuola, perchè non quello di matematica o tecnologia tessile o fisica...?) ha la preparazione e la cultura per vedere e mostrare i punti di contatto tra linguaggi lontani nel tempo, specie se comunque si tratta di linguaggi "bassi", spontanei, per i quali è inutile tirar fuori l'armamentario degli apparati critici. Di solito, ti guardano come un marziano se fai notare che il coro dell'Adelchi non è solo una poesia straordinaria, ma un vero e potente rap...