BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Non sarà imparando l'Inno che diventeremo più italiani

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano (InfoPhoto)  Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Goffredo Mameli ha compiuto il «miracolo» bipartisan mettendo d’accordo Pd e Pdl. La Commissione cultura della Camera ha infatti approvato un ddl che istituisce la «Giornata dell’unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera» il 17 marzo. Se il Senato darà il via libera, il negletto Canto degli Italiani, composto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro, sarà insegnato nelle scuole. Si badi bene, non cantato: gli equilibri della politica, e forse il buon senso, non hanno superato quella soglia. Il commento di Roberto Chiarini, docente di storia contemporanea nell’Università statale di Milano.

Professore, come ha accolto la notizia?

Con perplessità e scetticismo. Per due ragioni: una è pedagogica. I valori e lo spirito di appartenenza alla comunità non partono dall’inno per diventare sentimento, ma cominciano da quest’ultimo e casomai si corroborano col “rito”. E l’altra ragione è prettamente culturale. «Insegnare» l’inno nazionale cosa può voler dire? In che cosa si tradurrà? Il linguaggio di Mameli è lontanissimo dalla sensibilità di un giovane del terzo millennio. Come si farà per colmare la distanza?

Verrebbe da dire: spiegando il contesto nel quale è stato ideato e composto.

Appunto. Ma questo non è «insegnare» l’inno, è fare una lezione di storia. Cioè contestualizzare, far capire, attraverso i fatti, qual è stato lo spirito e quali sono stati gli ideali di una grande stagione che, in maniera contrastata e drammatica, ha prodotto l’unità nazionale. E con essa, l’immissione dell’Italia nel circuito della modernità.

Il ddl istituisce la «Giornata dell’unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera» il 17 marzo. La scuola è chiamata per prima a favorire una riflessione sull’unità nazionale. Non è quello che lei sta auspicando?

Tutto dipende dal modo. Perché il rischio che corriamo, e gli esempi sono innumerevoli, è quello di far diventare queste «giornate» momenti celebrativi. Nelle scuole non si devono fare celebrazioni: «celebrare» ha molto del regime. Si devono invece aprire spazi critici, e per critici non intendo dire antiunitari, che restituiscano la complessità di quegli avvenimenti, fatti di luci e di ombre.

Secondo lei la nostra scuola non è in grado di svolgere al meglio questo compito?

Uno dei problemi è senz’altro dato dal fatto che molti dei nostri docenti che insegnano storia non sono storici di formazione, ma letterati o filosofi. La conseguenza è insegnano la storia come evoluzione di idee. Questo può risultare affascinante, ma è molto parziale e conduce al cristallizzarsi di interpetazioni sommarie, indiscusse, «eterne». Il nesso con l’approccio celebrativo che le dicevo è evidente. Sembra un buon servizio, invece è un cattivo servizio perché la realtà va raccontata tutta. La storia è sempre un «impasto» molto complicato.

A cosa si riferisce in particolare?



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
18/06/2012 - migliorare i rapporti con sforzi reciporoci (francesco taddei)

I delegati della Provincia di Bolzano hanno ottenuto l'esenzione dell'obbligo di insegnare l'inno d'Italia con la motivazione di non sentirsi italiani. Vi sono atleti di quella zona che possono sopperire alle spese per gli allenamenti e l'equipaggiamento grazie alle forze dell'ordine e di cui tutta l'Italia va orgogliosa. La rivendicazione di una diversità si sta traducendo in un sentimento anti-Italia da parte loro. Questo è quello che percepisco io. Considero ciò una cosa grave, ma senza volontà di offendere nessuno.

 
18/06/2012 - Era l'hip hop per i ragazzi di Roma 1849 (Sergio Palazzi)

Tutto vero. E personalmente non la trovo una scelta molto azzeccata. Ma credo che si possa vedere la cosa in un altro modo. Cercare di immedesimare i ragazzi del 2012 nei loro coetanei del 1849, per far capire come questo linguaggio metrico, retorico e musicale fosse all'epoca decisamente di rottura, anche generazionale, un po' come l'hip hop attale. Proviamo a togliere dal testo la marcetta di Novaro (e anche l'abusata Sapore di Sale). Mettiamoci invece due o tre voci roche che si alternano a cappella tra i versi senza modulazioni: con o senza baggy pants, siamo in una strada metropolitana. La macedonia sincopata di evocazioni storiche del testo di Mameli ed i vortici di iperboli e allusioni di un testo rap hanno forti affinità di struttura e di motivazioni, direi. Oppure rivediamolo nella forma sussurrata e angosciata di Benigni a Sanremo (una delle poche cose davvero strepitose che Benigni abbia fatto da decenni). Sta a vedere se poi l'insegnante di italiano (già, come sempre l'obbligatoria figura perno della nostra scuola, perchè non quello di matematica o tecnologia tessile o fisica...?) ha la preparazione e la cultura per vedere e mostrare i punti di contatto tra linguaggi lontani nel tempo, specie se comunque si tratta di linguaggi "bassi", spontanei, per i quali è inutile tirar fuori l'armamentario degli apparati critici. Di solito, ti guardano come un marziano se fai notare che il coro dell'Adelchi non è solo una poesia straordinaria, ma un vero e potente rap...