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SCUOLA/ Non sarà imparando l'Inno che diventeremo più italiani

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Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano (InfoPhoto)  Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Ma certo. Un istriano non può accettare il 25 aprile come giorno della liberazione, perché da quel giorno è cominciata la sua tragedia: un popolo è stato massacrato e cacciato nelle foibe. Se invece di festeggiare la vittoria del Bene, dico che il 25 aprile è la pagina drammatica e complessa di uscita da una guerra voluta dalle dittature, allora ricomprendo anche il dramma di chi quei momenti ha vissuto in modo − mi si passi il termine − diverso.

Cosa pensa delle celebrazioni dei 150 anni?

Sono diventate, di fatto, una difesa della bandiera contro i leghisti i quali cercavano di argomentare che l’unità è stata un cattivo affare. Un tema storico è diventato l’ennesima risorsa polemica.

In Commissione la Lega non ha votato il ddl.

Il vezzo della politica di decidere dall’alto non è bello. Ora una maestra entrerà in classe e dovrà dire: facciamo l’inno. Bene; l’importante è che faccia anche capire, con equilibrio, che l’unità d’Italia è un processo andato in giudicato.

La missione della scuola è dunque doppiamente importante per coltivare quel sentimento di cui parlava all’inizio.

Sì. La scuola deve educare a riflettere; solo così si interiorizzano i valori. Nel momento in cui i giovani si ritroveranno a dire: costui è − o − non è «dei nostri», la missione educativa sarà fallita. Purtroppo, temo che non sarà imparando l’inno che diventeremo più italiani.



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COMMENTI
18/06/2012 - migliorare i rapporti con sforzi reciporoci (francesco taddei)

I delegati della Provincia di Bolzano hanno ottenuto l'esenzione dell'obbligo di insegnare l'inno d'Italia con la motivazione di non sentirsi italiani. Vi sono atleti di quella zona che possono sopperire alle spese per gli allenamenti e l'equipaggiamento grazie alle forze dell'ordine e di cui tutta l'Italia va orgogliosa. La rivendicazione di una diversità si sta traducendo in un sentimento anti-Italia da parte loro. Questo è quello che percepisco io. Considero ciò una cosa grave, ma senza volontà di offendere nessuno.

 
18/06/2012 - Era l'hip hop per i ragazzi di Roma 1849 (Sergio Palazzi)

Tutto vero. E personalmente non la trovo una scelta molto azzeccata. Ma credo che si possa vedere la cosa in un altro modo. Cercare di immedesimare i ragazzi del 2012 nei loro coetanei del 1849, per far capire come questo linguaggio metrico, retorico e musicale fosse all'epoca decisamente di rottura, anche generazionale, un po' come l'hip hop attale. Proviamo a togliere dal testo la marcetta di Novaro (e anche l'abusata Sapore di Sale). Mettiamoci invece due o tre voci roche che si alternano a cappella tra i versi senza modulazioni: con o senza baggy pants, siamo in una strada metropolitana. La macedonia sincopata di evocazioni storiche del testo di Mameli ed i vortici di iperboli e allusioni di un testo rap hanno forti affinità di struttura e di motivazioni, direi. Oppure rivediamolo nella forma sussurrata e angosciata di Benigni a Sanremo (una delle poche cose davvero strepitose che Benigni abbia fatto da decenni). Sta a vedere se poi l'insegnante di italiano (già, come sempre l'obbligatoria figura perno della nostra scuola, perchè non quello di matematica o tecnologia tessile o fisica...?) ha la preparazione e la cultura per vedere e mostrare i punti di contatto tra linguaggi lontani nel tempo, specie se comunque si tratta di linguaggi "bassi", spontanei, per i quali è inutile tirar fuori l'armamentario degli apparati critici. Di solito, ti guardano come un marziano se fai notare che il coro dell'Adelchi non è solo una poesia straordinaria, ma un vero e potente rap...