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MATURITA' 2012/ Esame di Stato, la prima prova "boccia" la scuola ministeriale

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MATURITA' 21012 IL COMMENTO SULLA PRIMA PROVA D'ESAME - I titoli dei temi della maturità-esame di Stato costituiscono un’interessante cartina di tornasole degli sforzi che la “scuola ministeriale” fa per rappresentare culturalmente la “scuola reale”. La lettura dei titoli, formulati dall’apparato amministrativo centrale, dice molto sulla visione che l’apparato di anno in anno costruisce della condizione della scuola, delle sfide culturali che essa deve affrontare, della condizione delle giovani generazioni che incessantemente passano sotto le forche caudine della maturità. Tuttavia, l’esperienza degli ultimi decenni dimostra che la produzione culturale, rappresentata dai temi della maturità, si assesta mediamente su bonari e buonisti luoghi comuni, ai quali viene a mancare la strumentazione intellettuale delle discipline di riferimento, vuoi perché il programma previsto nelle sue scansioni logiche e soprattutto cronologiche non è mai arrivato a toccare il tema proposto vuoi perché la spiegazione dei punti cruciali del programma non è stata in grado di connetterli esistenzialmente con la vita dei singoli, immersi nella storia presente.

Prendiamo “l’analisi del testo”, che ha come oggetto un articolo di Eugenio Montale dal titolo: “Ammazzare il tempo”, pubblicato sul Corriere della Sera del 7 novembre 1961. Il centro delle sue considerazioni filosofiche è l’affermazione che “il tempo è vuoto” e che, pertanto, gli uomini si danno un gran da fare per impedirsi di percepire quel vuoto: “...e poiché pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto, ecco la necessità sociale di fare qualcosa”. La storia umana e l’organizzazione delle società sono solo un tentativo di “anestetizzare la vaga impressione che quel vuoto si ripresenti in noi”. Sulla lunghezza d’onda del moderno nichilismo filosofico e letterario europeo, da Emil Cioran a Paul Celan a Ernst Hemingway – celebre il suo “Padre nostro”: “Nulla nostro che sei nulla, sia santificato il tuo nulla...” – il laico Montale, in piena rivoluzione industriale italiana, propone qui una visione cruda e senza speranza della condizione umana, prigioniera del proprio vuoto metafisico, che all’epoca in cui venne scritta andava controcorrente rispetto al progressismo ottimistico della nuova Belle époque degli anni 60. Interpretare questo testo si può: si suppone, tuttavia che sia stata svolta tutta la parte della storia politica, culturale, filosofica e letteraria del primo Novecento.

La conoscenza empirica della condizione della scuola italiana, all’ultimo anno delle superiori, non consente una supposizione del genere, che si può riferire più ad un’eccezione che ad una regola. L’esito più probabile dell’assegnazione di questo tema è il suo by-passaggio per lidi più riposanti, magari dedicati alla citazione di Paul Nizan, tratta da Aden Arabia del 1931): “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. Una citazione d’obbligo negli anni 60 per una generazione che si avviava verso il ’68, perché esprimeva il disagio di una generazione di fronte di fronte alla riduzione consumistica dell’esistenza, e che oggi sarà utilizzata nei temi per parlare dei “giovani e la crisi” secondo un taglio completamente diverso e perciò storicamente decontestualizzato. 

Osservazioni analoghe si possono fare per il “saggio breve” o “l’articolo di giornale” che il maturando dell’ambito artistico-letterario volesse dedicare al tema del labirinto, filtrato attraverso i testi di Ludovico Ariosto, Jorge Luis Borges, Italo Calvino e Umberto Eco. Se in Montale il centro è il nichilismo ontologico - la realtà è il vuoto - qui invece è il nichilismo gnoseologico - la realtà esiste, ma non si riesce ad afferrarla, perduti come siamo nel labirinto delle nostre rappresentazioni -.



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