BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

MATURITA’ 2012/ Esami di Stato, prima prova: tipologia A, traccia svolta. Analisi del testo "Ammazzare il tempo" di Eugenio Montale

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Alcuni studenti alle prese con l'Esame di Maturità (Foto: Infophoto)  Alcuni studenti alle prese con l'Esame di Maturità (Foto: Infophoto)

MATURITA' 2012, ESAMI DI STATO: PRIMA PROVA, TRACCE UFFICIALI. TIPOLOGIA A - ANALISI DEL TESTO "AMMAZZARE IL TEMPO" DI EUGENIO MONTALE L’attacco di Montale è retoricamente ben costruito: temporeggia, fa aspettare il lettore, lo tiene ancorato alla pagina e sospeso fino alla decima riga; solo lì l’autore introduce l’argomento del suo articolo: il “problema più grave del nostro tempo”.

Tramite un elenco di argomenti posti in litote, Montale giustappone ciò che si vede denunciato “nelle prime pagine dei giornali”: non il “futuro status di Berlino” né il rischio di una guerra atomica e nemmeno “l’uccisione su larga scala di uomini e di cose”. Il più “preoccupante” dei problemi è “ammazzare il tempo”. Non si tratta delle ore tolte alle braccia dell’uomo dall’automazione, benché la diretta causa della sostituzione delle macchine potrebbe essere letale per l’uomo che si troverebbe faccia a faccia con lo “spettro del tempo”.

Il lavoro, per ogni persona, può diventare complice della fuga dal vero problema: “accrescendo i bisogni inutili, si tiene ogni uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero”. Echeggia il Dickens di Hard Times: “Now, what I want is, Facts”. L’uomo ha bisogno di fare, di occupare quel “pericoloso mostro” che è il tempo, e sono pochi gli uomini “capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto”.

Qui si colloca il grande dramma di ogni giorno: “Ecco la necessità sociale di fare qualcosa, anche se questo qualcosa serve appena ad anestetizzare” quella voragine che puntualmente torna. Questo è il problema che Montale considera più grave perché non è come quelli di ordine storico i quali, prima o poi, giungono ad una soluzione; alcuni di questi sono elencati nelle prime righe del brano e sono legati alla contingenza, tanto che i giornali ne sono intrisi. Dopo cinquant’anni dall’articolo montaliano, infatti, vediamo la risoluzione di alcuni di essi, come lo status di Berlino, mentre l’“ammazzare il tempo” rimane “il problema sempre più preoccupante che si presenta all’uomo d’oggi e di domani”.

Il poeta mette sul tavolo tutte le più grandi preoccupazioni del mondo, il cui epilogo è quella semplice ma potentissima coordinata avversativa all’inizio della nona frase, che sottolinea quanto la più grave uccisione consumata ogni giorno dall’uomo sia quella del tempo. Prima c’è la risposta più scontata, quella della mentalità comune; poi, con il “ma”, il poeta smentisce e allarga quella prospettiva.

Cosa significa “ammazzare il tempo”? Montale lo ripete due volte nel brano e non lo spiega mai in modo affermativo: lo fa intuire proprio smascherando quelli che erano ritenuti i veri problemi del mondo. È negare quel momento in cui l’uomo è messo dinanzi al tempo, a se stesso in questo tempo, perché non ha niente di concreto da fare che lo distragga dalla presa di coscienza di sé, del proprio destino e del proprio vuoto interiore. L’uomo fatica a stare di fronte alla propria natura e vuole “ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo”. In quest’ottica si inserisce l’invenzione di “nuovi tipi di lavoro” e l’accrescimento dei “bisogni inutili”, con cui l’uomo “si tiene occupato anche quando suppone di essere libero”. E proprio la libertà è la cifra del problema “più grave del mondo”, perché non dipende dal susseguirsi degli eventi storici, ma da ogni persona, in ogni momento. Istante dopo istante, l’uomo decide se “ammazzare il tempo” o viverlo.

Lo sguardo di Montale sulla condizione dell’uomo e sulle scelte da lui prese è profondamente ironico, anzi umoristico in senso pirandelliano; la già citata espressione “Perché si lavora? […] per accrescere i bisogni dell’uomo”, infatti, induce il lettore a un “riso amaro” (L’umorismo) perché designa l’uomo come un essere incapace di far fronte ai problemi cui già si trova innanzi e quindi costretto, per la sua inettitudine, a crearsi da solo nuovi ostacoli. Il calcio, il lavoro o altro diventano dunque “uno svago”, quasi “la necessità sociale di fare qualcosa”.



  PAG. SUCC. >