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UNIVERSITA'/ Le tasse "ingiuste" degli atenei inglesi farebbero bene anche a noi

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Una recente inchiesta del quotidiano inglese Telegraph ha messo nel mirino gli atenei del Regno Unito che, per far fronte alle inevitabili ristrettezze economiche, preferiscono accogliere studenti stranieri non troppo meritevoli e lasciare a casa numerosi giovani inglesi che al diploma hanno invece ottenuto la votazione di AAA, il massimo. Il motivo è semplice e in Inghilterra ha fatto gridare allo scandalo: gli studenti extraeuropei, il cui numero è cresciuto a dismisura negli ultimi due anni nel Regno Unito, pagano la retta intera e per questo vengono preferiti agli altri. Il quotidiano conservatore è andato fino a Pechino, con tanto di telecamere nascoste, negli uffici della Golden Arrow che in Cina svolge funzioni per conto di Russell Group, organizzazione che raccoglie gli atenei più prestigiosi d’Inghilterra, come Oxford e Cambridge. L’inchiesta ha quindi svelato che per tanti studenti asiatici, più o meno meritevoli, non sarebbe stato un problema trovare posto presso le migliori università del Paese. Grazie al portafoglio. IlSussidiario.net ha chiesto un commento a Giliberto Capano, docente di Scienza politica nell’Università di Bologna.

 

Professore, cosa ne pensa?    

 

Credo che dobbiamo essenzialmente porci una domanda: quanti studenti meritevoli, ma con scarse possibilità economiche, riescono ad essere ammessi con le borse di studio dell’ateneo grazie al fatto che ci sono numerosi altri studenti stranieri che invece pagano la retta intera? Solo per fare un esempio: in Australia, dalla fine degli anni Ottanta, gli atenei hanno iniziato ad applicare una politica per attirare tutti quegli studenti “full fee-paying”, vale a dire coloro che, non essendo australiani, pagano il costo pieno della retta, quindi senza alcun tipo di esenzione. Adesso nel continente gli studenti stranieri di questo tipo rappresentano complessivamente circa il 20-25%.

 

Quindi è solamente una strategia per finanziarsi?


Esatto, ma credo che l’aspetto più rilevante sia capire in che modo vengono poi utilizzati questi soldi: non trovo immorale l’applicazione di una politica del genere, ma solo se finalizzata a pagare borse di studio per consentire a studenti inglesi meritevoli di iscriversi. Nel momento in cui lo Stato stanzia meno risorse è ovvio che bisogna trovare nuovi modi per finanziarsi, e per farlo esistono essenzialmente tre diverse possibilità.

 

Quali?


Diminuire i servizi offerti, aumentare le tasse agli studenti autoctoni oppure vendere il “marchio”, sapendo che ci sono tanti studenti stranieri facoltosi che ambiscono a ricevere un titolo da università prestigiose. L’ateneo, in quest’ultima opzione, sceglie di abbassare la qualità della performance richiesta allo studente che però si iscrive pagando il costo intero della retta. Non è certo piacevole arrivare a conclusioni di questo tipo ed è ovvio che in un mondo ideale politiche del genere non dovrebbero esistere, però è uno dei pochi modi per far sì che le entrate aumentino, soprattutto in un periodo come quello attuale.

 

Crede che gli atenei italiani dovrebbero attuare politiche simili a quelle presenti nel Regno Unito?


E’ molto difficile paragonare gli atenei italiani a università come Oxford e Cambridge. Non perché la qualità di docenti e studenti sia bassa, ma per un evidente problema di organizzazione e di finanziamento pubblico di base. Per fare un altro esempio, in queste università possono permettersi di dividere i ragazzi, soprattutto nei primi anni, in gruppi di 20-25 persone seguiti da diversi tutor attraverso incontri programmati settimanalmente. Le nostre università non possiedono le risorse per attuare programmi di questo tipo. Non dimentichiamo inoltre che le università inglesi possono anche scegliere gli studenti.

 

Si spieghi meglio.




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