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SCUOLA/ Il "merito" di Profumo? Un trucco per dare nuovi soldi al sud

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La mossa del ministro tecnico ha ripreso una parola d’ordine del centro destra – più agitata come petardo ideologico fumigante che effettivamente praticata – con ciò turbando le fetide acque impaludate di una società e di un’amministrazione pubblica immobili, corporative e corrotte, in cui si avanza non per forza di talenti propri e riconosciuti, ma per spinte di appartenenza di clan, di partito, di sindacato, di movimento, laico o religioso che sia.

“Nebulosa del merito”, perché dentro vi si nascondono esigenze diverse: quella dell’aiuto alla scoperta e alla valorizzazione dei talenti, che la scuola precocemente seppellisce; quella della premialità per i meritevoli, soprattutto se privi di mezzi; quella della politica della qualità; quella della valutazione di studenti, docenti, facoltà, dipartimenti, atenei; quella di riforme, che si attendono invano da decenni.

Da questo punto di vista il “Decreto merito” è un piccolo “decreto-omnibus”. Delle promesse che il Decreto fa, alcune sono realistiche, altre di difficile realizzazione e spesso demagogiche. Premiare lo studente che abbia conseguito agli esami di stato il 100 e lode sarebbe una buona idea, solo se il sistema di valutazione interna nazionale fosse omogeneo su scala nazionale. Peccato che le indagini Invalsi e Ocse-Pisa abbiano evidenziato che in alcune aree del Sud e in alcuni indirizzi di scuole e in parecchie università la manica dei voti sia troppo larga.

Premiare, in questo caso, significherebbe distribuire soldi agli “opportunisti”, per dirla eufemisticamente. In generale, senza un sistema articolato e pervasivo di accountability, tutti questi premi diventano pura dispersione di denaro pubblico, e non verso i migliori. E perché non ricordare, in questi tempi di fisco amaro, che “i poveri di mezzi” spesso ne hanno moltissimi, ma le dichiarazioni delle tasse delle famiglie non ne parlano?

Se il Decreto dovesse spingere a costruire parametri nazionali seri e sistemi rigorosi di accertamento del loro eventuale raggiungimento da parte dei singoli – studenti e docenti – svolgerebbe una preziosa funzione di motore di spinta. D’altronde, non ci si può illudere che il sistema cambi con piccole iniezioni di premialismo, se non venga rifondato sulla personalizzazione dei percorsi, sul core curriculum, ecc... ecc...

Discorsi mille volte ripetuti e sempre condivisi, ma finora inevasi. 



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COMMENTI
06/06/2012 - merito e cibo precotto (Claudio Cereda)

Caro Giovanni, sto seguendo con fastidio questa proposta del ministro in cui mi pare ci sia ben poco di nuovo salvo la voglia di far fare qualche titolo a giornali e TV. Ho sentito qualche dibattito in radio con quelli di sinistra che dicono "il problema è un altro" e altri che dicono "il merito è importante". Addirittura ho sentito una discussione sulla valenza diseducativa che avrebbe il principio della premialità individuale. Che notizia è quella che i primi tre delle Olimpiadi a livello nazionale fanno dei corsi estivi residenziali? In quelle della Fisica si fa ben altro senza scomodare questo "profumo di merito". Mi pare la discussione sulla borsa ai 100 e lode: prima si creano le condizioni per non darla mai (o quasi), poi la borsa viene tassata, ... nella mia vecchia scuola conveniva partecipare alle borse interne sponsorizzate da noi: c'era meno burocrazia, c'erano più soldi e il riferimento era la nostra scuola con le sue specificità e livelli.

 
05/06/2012 - Analisi lucida (Chiara Esse)

Ringrazio Giovanni Cominelli per la lucidità della sua analisi. Il ministero in carica continua a deludere. Il "Decreto merito" si presta a tanti di quegli abusi da essere suscettibile letteralmente di un ribaltamento. L’essenza della sua pochezza è il suo stesso presupposto: l’idea che il merito debba essere calato dall'alto mediante "incentivi" che in realtà distorcono e si prestano ad abusi. Lo stato interviene, come sempre, incentivando abusi vantaggiosi per i più disinvolti. Lo stato fa ciò che non dovrebbe fare e le fa male: dovrebbe limitarsi a rimuovere gli ostacoli che cristallizzano la società, mantenendosi rispettosamente ai margini, senza drogare il gioco. Il nostro stato riesce ad essere al contempo debole o latitante (basti considerare le sanatorie con cui abdica, in questo caso sì, al ruolo che gli è proprio) e asfissiante, intervenendo, male, dove non gli compete. Il merito non si cala dall’alto: una società dove ognuno deve camminare con le proprie gambe diventa per forza di cose meritocratica; in una società statalista i soggetti accreditati presso lo stato rivendicano ognuno dei vantaggi, indebiti, danneggiando tutti gli altri.