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SCUOLA/ Come uscire dal "pasticciaccio brutto" delle megascuole

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Anche perché, se il minimo di alunni è di 600, significa che con 1200 o poco più un’istituzione scolastica si può “sdoppiare”. Il che diminuisce il senso di costituire dei nuovi comprensivi di 1500 alunni e più, solo in omaggio al fatto che si tratta di direzioni didattiche o scuole medie, non “verticali”. Un'obiezione di fondo: la legge 111 maschera con le esigenze didattiche (la continuità educativa) le pressanti esigenze di risparmio. Combinando un “pasticciaccio brutto”, se si pensa alle contraddizioni che innesca nel tentativo di razionalizzare davvero la rete scolastica (e ce n'è bisogno, sicuramente). Chi l'ha detto che la “continuità educativa” non si realizzi bene tra la scuola primaria di una direzione didattica di 800 alunni e la vicina scuola media di 700 alunni, senza bisogno di creare un “mostro verticale”? La questione posta è didattica e politica al contempo.

Come uscirne? Se ne può uscire solo a condizione che la politica conduca alla formazione di leggi non legate allo stretto giro di anni delle legislature (e delle varie clientele), ma proiettate a durare un ragionevole lasso di tempo. Innanzitutto, la scuola non può essere trattata alla stregua di un ufficio amministrativo, la cui riorganizzazione anche radicale può durare qualche mese e basta. Per la scuola (parlo per esperienza) un lasso di tempo ragionevole si misura almeno in un paio di decenni, perché ogni atto di riforma ci mette almeno cinque anni per essere metabolizzato ed altri cinque per dare i primi frutti. E poi, se la scuola ha la sua autonomia (citata perfino dalla Costituzione), perché non lasciarla vivere in pace, quando ha già le dimensioni “ottimali” di 600/1200 alunni per potersi reggere? Forse perché in troppi non rispettano le regole?

E allora, ci devono andare di mezzo tutti, anche chi le regole le ha rispettate? Quale lungimiranza è questa? Quale equità? Infine: va anche bene, forse, accettare che le scuole sottodimensionate (sotto i 600 alunni, o 400 “in deroga”) siano date in reggenza ad un dirigente titolare in una scuola già “dimensionata” e non siano assegnate, per risparmiare, ad un “dirigente del terzo millennio dallo stipendio di giada”... ma non esageriamo, per favore! La reggenza di più istituzioni scolastiche da parte di un solo dirigente è un risparmio di soldi, ma anche un grave sperpero di qualità. Se, poi, si aggiunge (come detta l’art. 4, comma 70, della citata L. 183/2011) che a quelle stesse istituzioni scolastiche con meno di 600 alunni non si può nemmeno assegnare “in via esclusiva un posto di direttore dei servizi generali ed amministrativi (Dsga)”, l’esagerazione è davvero totale.

Perché non farla finita con le decisioni centralistiche, per lanciare finalmente le scuole del “sistema scolastico nazionale” (art. 1 della L. 62/2000: scuole pubbliche gestite dallo Stato o da privati) in quella sana competizione che le farebbe solo crescere, non morire lentamente? Chi ha paura della vera autonomia delle scuole, fatta di certezze, non di un continuo rilancio di dubbi? Occorre certezza di chi le governa (riforma degli organi di gestione); certezza del budget assegnato “a priori” in rapporto agli alunni frequentanti (per quota capitaria); certezza di un controllo consuntivo serio (anche se non inquisitorio); certezza di un accompagnamento amichevole ma positivamente critico (monitoraggio) da parte di un “superiore” non gerarchico (un istituto “terzo” di valutazione del sistema). Qualcuno ci pensi. Presto, per partire; con ragionevole calma, per realizzare. Grazie.



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07/06/2012 - Sana competizione (Fabio Milito Pagliara)

La sana competizione tra scuola statale e paritaria può avvenire solo se alunni e genitori possono disporre d'indicazioni oggettive sulla qualità della scuola. Senza un criterio di valutazione delle scuole non si riuscirà mai ad avere una sana competizione. E nella scuola l'unico criterio valido è valutare gli allievi.