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SCUOLA/ Abbandonare la penna per la tastiera? Fa male al cervello

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Gli interventi sulla disgrafia non devono quindi risolversi in una privazione dei movimenti necessari per scrivere, ma semmai in una loro enfatizzazione: i soggetti non si limiteranno a scrivere sui fogli di carta ma saranno ad esempio invitati a scrivere in aria, a scrivere a occhi chiusi, a scrivere usando torce elettriche nel buio totale. Allo stesso modo occorre però preoccuparsi anche della percezione visiva, della lateralità, della padronanza dello spazio, della memoria, della rappresentazione mentale.

Le indicazioni più interessanti per impostare interventi efficaci vengono dalle ricerche sui neuroni specchio e sul costrutto di competenza. Le prime permettono di comprendere che, poiché la scrittura è uno schema motorio appreso, diventa necessario che, attraverso l’osservazione dei movimenti realizzati da un altro individuo, l’imitazione di tali movimenti e la loro reiterazione in forma molto lenta e accurata, si attivino nel cervello degli allievi quei gruppi di neuroni che permettono l’elaborazione di uno schema di movimento che fino a quel momento il soggetto non possedeva. La seconda categoria di ricerche induce a realizzare che occorre in primo luogo capire a quale fase di sviluppo di quella specifica capacità il soggetto si è fermato o quale fase non ha affrontato compiutamente e che spesso occorre “ripartire dall’inizio”, rispettando e talvolta ricostruendo la sequenza delle fasi.

Le misure dispensative e compensative applicate indiscriminatamente rischiano infatti di peggiorare le condizioni dei soggetti affetti da Dsa, ai quali è come se venisse completamente impedita la possibilità di costruire in tempi successivi ciò che è venuto loro a mancare in tempi precedenti. Il “meccanismo scrittorio”, inoltre, non fa riferimento a una rete neuronale rigida e inalterata nel corso del tempo. Si dovrebbe parlare più correttamente di emergenza della scrittura anziché di solo apprendimento, in quanto essa si forma attraverso processi interni al bambino che nel corso del tempo diventano sempre più complessi e differenziati e che sono collocati su una linea di continuità. Sono proprio questi processi interni a evidenziare come la scrittura possa essere intesa come un “linguaggio attraverso le mani”, le quali, al termine della fase di apprendimento strumentale, diventano capaci non soltanto di riprodurre la forma delle lettere, ma di personalizzare la grafia, esplicitando attraverso essa le emozioni, il temperamento, il carattere dell’individuo.

Quale tastiera metterà mai in grado di realizzare ciò? Pensare di trascurare, nella scrittura, l’importanza delle mani, significa perciò apprendere di meno, essere meno istruiti e quindi, parafrasando un noto psicologo americano, diventare meno umani. 



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