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SCUOLA/ Materne affollate? Ecco come rimediare al "fallimento" di Stato

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Dal punto di vista economico non si vuole riconoscere che il servizio gestito da Amministrazioni pubbliche è spesso inefficiente. I costi sostenuti da un ente pubblico per ogni singolo bambino sono più alti del 30-40% rispetto a quelli presenti nelle scuole a gestione privata. Se non altro per questo, in un momento di carenza di risorse, sembrerebbe più razionale sostenere il privato che desidera farsi carico di una risposta al bisogno di tutti: la prassi sembra invece andare in direzione opposta, ad esempio riducendo i già inadeguati stanziamenti previsti, e mettendo in gravi difficoltà gli istituti a gestione privata. Sembra non si pensi che, se questi ultimi chiudessero, lo Stato, per coprire il servizio lasciato scoperto, dovrebbe pagare cifre enormemente superiori a quelle che si rifiuta di stanziare. Questo non significa in alcun modo “privatizzare” il servizio, perché la Costituzione italiana dice chiaramente che il servizio pubblico della scuola può essere gestito, oltre che dallo Stato, anche da enti o privati. La legge istitutiva della scuola dell’infanzia statale, di cui nel 2014 ricorrerà il cinquantenario, accoglie questo principio riconoscendo che il sistema delle scuole dell’infanzia (allora si chiamavano materne) si è costituito come sistema proprio ad opera di enti e privati e prima dell’intervento dello Stato, arrivando a coprire tutto il territorio nazionale. Alla fine del secolo scorso il riconoscimento del carattere “pubblico” delle scuole, a prescindere dalla modalità di gestione, veniva esteso a tutte le scuole attraverso l’istituto della parità.

Tempo fa gli asili, gestiti per la maggior parte da religiosi, erano gratuiti e accoglievano tutti. Cosa è cambiato?

Come ho appena ricordato, fino agli anni 60 del secolo scorso non esisteva in Italia una scuola materna statale ma erano presenti molte iniziative di privati – e i comuni erano in prima fila – sostenute pedagogicamente e operativamente dall’azione di moltissimi ordini religiosi. Ciò aveva permesso il costituirsi di un sistema di scuole materne, diffuso su tutto il territorio nazionale a partire da un rapporto diretto con la domanda di aiuto espressa dai genitori. L’equilibrio del sistema si incrinò subito dopo la seconda guerra mondiale a seguito del movimento della popolazione dalla campagna alle città.

Si spieghi, professore.

Questo fenomeno ebbe in molti casi carattere esplosivo (penso alla nascita delle periferie di Roma, Torino o di Milano) e diede vita ad agglomerati senza un tessuto comunitario sufficientemente forte per esprimere una iniziativa per la creazione di una scuola. Questa situazione ha motivato l’inserimento dello Stato in un sistema che aveva già saputo dare risposte concrete ed era già stato in grado di elaborare quella prospettiva pedagogica che ha prodotto la scuola dell'infanzia “migliore del mondo” che nasce quindi dall’impegno istituzionalmente libero e in continuo confronto con la domanda, e non da un ufficio burocratico o da una commissione di esperti! Ma questo è stato dimenticato. L’intervento dello Stato da integrativo è diventato asse portante della risposta che la comunità sociale chiede come aiuto nell’educazione dell’infanzia, e questa scelta ha trascinato con se tanti problemi, non ultimo quello della gestione dell’organico degli insegnanti regolato ancora oggi, nella scuola a gestione statale, da norme ottocentesche.

Ma l'educazione scolastica è veramente decisiva nei primi anni di vita del bambino?



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