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SCUOLA/ Cosa dire a un giovane al bivio tra studio e lavoro?

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Giovani docenti precari (InfoPhoto)  Giovani docenti precari (InfoPhoto)

Dall'altro lato è emerso che i nostri ragazzi hanno davvero bisogno di “soglie d'ingresso” che li aiutino a confrontarsi con persone, realtà e saperi diversi ed esterni al loro mondo di tutti i giorni. Un po' la stessa cosa che è successa con la cancellazione della naja: oramai inutile dal punto di vista di un moderno sistema di difesa, ma importante dal punto di vista formativo per i nostri giovani, un po' troppo protetti ed imbambolati nella loro fragilità esistenziale.

L'esame di maturità è esattamente questo, l'uscita dal guscio protettivo delle famiglie ma anche delle stesse scuole medie superiori: “mi raccomando: studia, datti da fare, non rimanere assente, perché te le segno e possono incidere sulla condotta...”. All'università e nel mondo del lavoro? Non si fanno gli esami? Non importa, ce ne sono già troppi di studenti iscritti... Non ti dai da fare in un'azienda? Per una, due volte si porta pazienza, poi “ognuno è artefice del proprio destino”. La flessibilità e la precarietà, dunque, non come postulati, ma come conseguenze delle proprie scelte (una parte del mondo sindacale e del mondo politico dovrebbe rivedere i propri criteri di valutazione intorno a questi temi!). Il ministro Fornero la verità amara l'ha detta, anche se in modo un po' goffo: non esiste il diritto al posto di lavoro. Esiste un diritto al lavoro, mediato però dall'impegno, dalla fatica, soprattutto dal gusto verso lo studio e verso il lavoro: sono tutte forme di allenamento alla vita.

Con la conclusione degli esami di maturità i nostri ragazzi sanno, in poche parole, che è arrivato il tempo delle scelte tutte personali, che avranno, nel bene e nel male, ricadute e conseguenze per tutta la vita. Ecco, perciò, le loro legittime perplessità e titubanze di fronte alla domanda: “E adesso?”.

Un tempo i passaggi attraverso le “soglie” della vita erano più semplici, perché più semplici erano anche la composizione sociale, gli indirizzi di studio, gli sbocchi professionali: la nostra, è stata invece definita, è una società “liquida”, ove l'unica certezza è proprio l'incertezza. Di qui la responsabilità delle famiglie e delle scuole di non confondere, con modelli virtuali, il futuro dei nostri ragazzi, ma di tenere ben saldo l'aggancio ad un mondo del lavoro che non va più visto come nemico della qualità della vita. Come invece pretendono intellettuali nati vecchi, in tanti libri psico-sociali. Il lavoro come fattore nobilitante, in sintesi, della ricerca di senso individuale e sociale. Come ben recita il primo articolo della nostra Costituzione. 



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