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UNIVERSITA'/ Quel Modello Unico che "uccide" gli umanisti

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È chiaro però che, per le ricerche in campo umanistico, una tale impostazione non può funzionare. Non voglio dire – come peraltro alcuni hanno sostenuto – che queste ricerche non debbano essere soggette a valutazione. Tutt’altro. Senza un approfondimento in tal senso, infatti, rischiano di venir messi sullo stesso piano risultati che hanno diseguale validità scientifica, rischiano di essere considerati equivalenti scritti estemporanei e indagini frutto di un lungo e accurato lavoro. 

Il problema però, di nuovo, è che bisogna valutare in maniera appropriata. Ma come fare in questo caso? Si è pensato a un massiccio ricorso alla cosiddetta peer review: alla valutazione fra pari, al fatto cioè che un testo, uno scritto, un prodotto specifico possono essere valutati solo individualmente, considerandoli con un’attenzione di tipo qualitativo. Ma per questa via non tutte le questioni sono risolte. Chi garantisce infatti la competenza, la serietà, la buona fede dei revisori chiamati a fare una peer review? Chi sa dire se la loro valutazione è in ogni caso uniforme? Come mettere fra parentesi la discrezionalità che in questi casi è sempre d’obbligo? L’antidoto, qui, è il richiamo alla pubblicità e alla trasparenza nelle decisioni. Su questo bisogna spingere ulteriormente affinché lo sforzo messo in atto con la valutazione possa davvero dare frutti credibili. 

Ecco, allora, la vera posta in gioco. La valutazione non può essere intesa come una sorta di commissariamento dell’istituzione universitaria e dei suoi processi di ricerca da parte di un gruppo di persone nominate non si sa in che modo. La valutazione dev’essere intesa nei termini di un’autovalutazione, attuata dagli studiosi, dagli insegnanti, dai ricercatori, con criteri duttili e trasparenti, per ottenere indicazioni volte a migliorare la loro rispettiva attività. Si tratta dunque dell’occasione, da parte della comunità degli studiosi, di riappropriarsi della propria responsabilità di esaminare e, conseguentemente, di promuovere la ricerca scientifica in Italia. Si tratta di salvaguardare in tal modo l’autonomia della ricerca e il riconoscimento della dignità di chi è chiamato a svolgerla. È per questo che la valutazione dev’essere fatta, e dev’essere fatta bene.

 

Una panoramica generale, utile a comprendere la portata dell’intera questione, è offerta dal libro Valutare la ricerca? Capire, applicare, difendersi (Edizioni ETS, Pisa 2012), a cura di Paolo Miccoli e Adriano Fabris, che raccoglie contributi di vari esperti e di persone coinvolte nei processi di valutazione.

 



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COMMENTI
11/07/2012 - revisione (Antonio Servadio)

Anche i criteri di valutazione di altre materie che voi presumete così tanto differenti da quelle umanistiche vanno rivisti periodicamente, affinati ma anche ripensati completamente. Attualmente le ricerche coraggiose (che non significa infondate) sono scoraggiate. Inoltre fioriscono i dati distorti, manipolati e a volte sono anche falsificati. Questo è dovuto al sistema di valutazione attuale. Quel che viene presentato come fine meccanismo fa acqua da tutte le parti, ma non si vuole che le magagne diventino materia pubblica, al di fuori della cerchia di addetti che sanno benissimo che le cose non sono per nulla così ben fatte come appare dall'esterno. Evidentemente qualsiasi sistema contiene delle imperfezioni, e questo va benissimo. Quello che non va per nulla bene è scambiare i debiti compromessi per qualcosa che merita il titolo di "gold standard", creando degli "idoli" proprio laddove essi dovrebbero essere abborriti. Più che impegnarvi nei "distinguo" tra materie umanistiche e no, bisognerebbe avere il coraggio di mettere in discussione il sistema. Senza critica non sorgono soluzioni migliorative. C'è buona ricerca e ricerca meno buona. Altri "distinguo" sono secondari.