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SCUOLA/ Le 2 riforme che i "Neet" chiedono a Profumo

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Giovane durante uno stage (InfoPhoto)  Giovane durante uno stage (InfoPhoto)

Con tutto ciò, tuttavia, non si può dire che il Paese possieda, accanto all’istruzione liceale e tecnica, un “canale” dell’istruzione e formazione professionale degno di questo nome. Il motivo è da attribuire alla discutibile quinquennalizzazione degli istituti professionali (ministro Fioroni), che possono rilasciare solo diplomi mentre la facoltà di rilasciare qualifiche triennali e quadriennali in accordo con l’IeFP è concessa nella modalità del regime di sussidiarietà. Istruzione professionale e IeFP tuttavia presentano contesti diversificati a seconda delle Regioni e delle normative locali che ne regolamentano i rapporti. In alcuni casi (Emilia Romagna; Toscana; Friuli) la sussidiarietà è intesa come “integrativa” e la formazione professionale è tenuta a collegarsi con l’istruzione che ha una “sua” velocità (2+2+1) non sempre compatibile con la medesima formazione professionale. In altri casi (Lombardia; Veneto) prevale la sussidiarietà complementare che conferisce ai percorsi di istruzione e formazione professionale, promossi dai centri accreditati, una più piena ed efficace autonomia. 

Appare evidente, quindi, la frammentazione, nonostante l’esistenza sul territorio nazionale di tentativi di rapporto tra istruzione e lavoro pienamente riusciti ed efficaci. Ma in taluni casi, come per una certa opposizione alla legge sull’apprendistato come canale di ingresso di giovani formati e qualificati nel mondo del lavoro, è ancora l’ideologia che prevale, quella appunto contestata da Giuseppe Roma quando denuncia il rifiuto della cultura del lavoro. 

La conseguenza è ancora quella di una certa distanza (o diffidenza) che separa il mondo dell’istruzione dal mondo del lavoro, non fosse altro perché non sempre all’impresa è facile leggere le competenze di tipo professionale certificate dalla scuola.

Si entra così in un secondo ambito di problemi, quello della didattica e dell’insegnamento che, nonostante le riforme e le nuove linee guida degli istituti tecnici e professionali, conserva una scarsa flessibilità, al netto della buona volontà degli insegnanti (a volte veramente encomiabile) che gli alunni problematici li vanno a cercare, li seguono anche oltre le ore di lezione, li sottraggono per quanto possibile alle facili tentazioni della strada. 

La flessibilità, la creatività, la possibilità di modulare l’oggetto della proposta didattica secondo soluzioni non rigidamente curricolari costituiscono il cuore delle migliori esperienze di formazione professionale, in cui l’approccio al lavoro non è episodico ma propedeutico alla conoscenza. Si conosce la realtà non perché “si parla” del lavoro, ma perché attraverso il lavoro (la pasticceria, il tornio, il ristorante didattico, etc.) si allarga la mente dell’alunno a tutte le condizioni che rendono “quel” lavoro utile alla realtà e alla collettività. 

La soluzione del dramma dei Neet è anche legata alla prospettiva di un rinnovato dialogo tra l’ambito dello studio “teorico” e l’attività lavorativa intesa non come espediente, ma forma propedeutica ad un interesse per la realtà che parte da un approccio pratico. 



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