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UNIVERSITA'/ Spending review e autonomia, se il ministero sbaglia tutto

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

Secondo: nonostante ci fossero regole molto chiare per evitare il superamento di una soglia eccessiva di spesa per il personale (che non poteva eccedere il 90% del Ffo assegnato), chi doveva vigilare − in ultima istanza, il ministero dell’Università − non l’ha fatto. Per questa ragione, più di un ateneo è andato di fatto in bancarotta (e poi salvato con altre risorse pubbliche). L’iper regolazione non è solo causa di eccessiva burocrazia negli atenei, ma è anche inefficace. Terzo: un meccanismo di finanziamento premiale da parte del ministero ha sortito effetti positivi, costringendo le università a competere sempre più sulla base delle qualità delle propria didattica e ricerca, anche se tuttora solo poche risorse sono ripartite in questo modo (oggi, circa il 10% del totale). Quarto: gli studenti hanno maturato maggiore consapevolezza, e si iscrivono ad atenei che offrono servizi e prospettive migliori, anche se la retta di iscrizione è più elevata. 

Quali indicazioni derivano da queste evidenze? Il ministero dovrebbe smettere di emanare regole di dettaglio, che non fanno altro che ingessare l’attività degli atenei: gli esempi delle procedure per la valutazione dei prodotti della ricerca (Vqr) e per il reclutamento dei docenti sono talmente lampanti da non meritare commenti. Il ruolo più idoneo per il ministero dovrebbe, invece, essere quello di “regolatore a distanza”: fissare alcuni chiari obiettivi strategici (aumento numero di laureati, miglioramento della qualità della ricerca, ecc.) e assegnare le risorse pubbliche sulla base di questi. Si dovrebbe avviare una radicale azione di deregolamentazione e liberalizzazione, affinché gli atenei siano il più autonomi possibile con riferimento alla contribuzione studentesca, al reclutamento dei docenti, alla realizzazione di attività finanziate da terzi, alla definizione della propria offerta formativa e delle politiche di internazionalizzazione. In questo modo, la spesa pubblica sarebbe facilmente controllabile (il ministero sarebbe responsabile solo della propria quota di fondi, e gli atenei che necessitassero di ulteriori risorse dovrebbero autofinanziarsi) e gli atenei si differenzierebbero in modo esplicito sulla base della propria qualità. 

I provvedimenti del Dl 95/2012 di contenimento della spesa, purtroppo, non vanno in questa direzione, e contengono invece ancora norme che imbrigliano l’autonomia delle università (come la centralistica disposizione della riduzione del turnover o il mantenimento di un limite massimo alla contribuzione studentesca). Se, pertanto, il provvedimento non fa danni al sistema universitario, neppure lo aiuta a migliorarsi, rinviando ancora una volta la discussione del problema del finanziamento e dell’autonomia del sistema universitario. Il nostro Paese, però, di tempo ne ha ancora poco, e non può sprecarlo: soprattutto quando si decide in merito all’università, la sede privilegiata della formazione del capitale umano.

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COMMENTI
19/07/2012 - As usual (Carlo Regoliosi)

As usual Agasisti ha un solo limite: pare essere drammaticamente solo....