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SCUOLA/ Se la "testa" dei bambini dà lezione a quella degli esperti

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Per questo le osservazioni portate a proposito dell’insegnamento della storia meritano di essere riprese allargando lo sguardo a tutti i principali insegnamenti previsti nel primo ciclo dell’istruzione.

Osservazioni queste non nuove, come nota lo stesso Strik Lievers. “È in definitiva la medesima filosofia che, variamente modulata, ha ispirato programmi e indicazioni dal 1985. Al centro la disciplina, obiettivo portare i bambini e i ragazzi a usarne e comprenderne metodi e strumenti concettuali”. Idea cui si ispira tutto il nostro sistema formativo, centrata sull’insegnamento di “discipline” definite secondo parametri oggettivi, definiti dalla scienza, caratterizzate da un parametro che è, per sua natura, puramente metodologico.

Il problema dell’insegnante oggi non è più, come nel passato, quello di coinvolgere l’allievo in un sapere dato attraverso forme di apprendimento attivo, ma quello, ben più impegnativo, di interessarlo all’apprendimento proposto, di fargli cioè scoprire in che modo quello che è chiamato ad imparare può coinvolgerlo: potremmo dire quale posto può avere nella sua vita. La risposta a questa domanda ha certamente a che fare con l’utilità (a che serve), ma, in modo più completo e profondo, anche se non sempre consapevole, ha a che fare con la ragione per cui si è chiamati ad un impegno; in altre parole: “che senso ha ciò che ci è chiesto di fare?”, interrogativo questo che caratterizza la crescita dell’uomo e che la sostiene nella misura in cui una risposta positiva appare possibile.

Non deve quindi suscitare meraviglia se le osservazioni più numerose al testo sono venute da chi opera nella scuola dell’infanzia dove il paradigma disciplinare non ha ancora preso piede e dove la “ragione” del bambino è riconosciuta e accolta, e le scelte didattiche (ed organizzative) si sono per più di un secolo sviluppate e consolidate a partire dalla scuola in atto. 

Non è ugualmente un caso che in questo primo grado della scuola l’impostazione strettamente “verticalizzata” delle Indicazioni generi un punto di crisi particolarmente acuto: la “disciplinarizzazione” del sapere, già passata nella scuola primaria (e sarebbe necessario verificare con quali esiti, in particolare sul piano della capacità di apprendimento) trasformerebbe la scuola dell’infanzia in “scuola del grado preparatorio”, come si era più volte tentato di fare nella prima metà del secolo scorso.

E questa “protesta” della scuola dell’infanzia vuole essere un invito a leggere l’unitarietà del percorso nel rispetto dei tempi che caratterizzano lo sviluppo del soggetto. Diversamente, nei fatti, l’allievo verrebbe considerato non più, come un tempo, “vaso da riempire” ma, più modernamente, “macchina da rodare” in vista dei veri appuntamenti che, inevitabilmente, sono quelli della vita.

(1 − continua)

 



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