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SCUOLA/ Se la "testa" dei bambini dà lezione a quella degli esperti

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Alcune osservazioni contenute nel lucidissimo articolo che Lorenzo Strik Lievers ha pubblicato recentemente su queste pagine, e la cui letture è veramente consigliata, meritano di essere riprese. In un commento al modo con cui dalle Indicazioni nazionali per il primo ciclo di istruzione viene proposto l’insegnamento della storia, egli identifica uno, forse il più importante, dei problemi irrisolti della nostra scuola: l’adultismo della prospettiva con cui si guarda al contenuto dell’insegnamento.

La domanda che si pone Strik Lievers, una domanda che la scuola non si pone più, è se la forma di conoscenza che appare la più evoluta, quella scientifica degli adulti, rappresenti anche quella propria dell’allievo: un allievo che è bambino e che quindi, secondo i più accreditati modelli di psicologia dello sviluppo, muove il pensiero secondo modalità “narrative”: una forma di conoscenza non inferiore a quella dell’adulto ma certamente diversa e “pur sempre capace di straordinarie acutezze, intuizioni e comprensioni”.

Questi interrogativi sono così formulati. “…quel che più colpisce è l’attenzione preminente al rapporto con la storia ‘esperta’, quella degli storici, alla storia come campo disciplinare”. E, poco dopo: “Quanto ai metodi e alle finalità culturali e formative che si assegnano all’insegnamento, si parla di ‘attività laboratoriali che formino le abilità metodologiche di uso delle fonti, le abilità di usi dei testi e le abilità di formazione di sistemi di conoscenze’…e di come… ‘la storia si apre all’utilizzo di metodi, conoscenze, visioni e concettualizzazioni di altre discipline’, indicando poi il contributo che questo insegnamento ‘può dare all’educazione al patrimonio culturale e alla cittadinanza attiva” compito in cui “hanno un ruolo decisivo gli apprendimenti metodologici, la cultura storica, il pensiero storico promossi dall’insegnamento”. “Gli obiettivi di apprendimento e competenze ... sono interamente definiti in ragione di un progressivo accrescimento delle capacità di padroneggiare metodi, strumenti e forme di pensiero propri della storiografia”.

Queste lunghe citazioni mettono in evidenza, con chiarezza e lucidità, la natura della conoscenza che si intende proporre all’allievo, su cui sarà misurato (e valutato) e che dovranno, di conseguenza, caratterizzare le scelte didattiche, ambito su cui vengono riconosciute all’insegnante responsabilità dirette. 

Ma dove sta l’apertura al pensiero dell’allievo? A quella modalità con la quale in lui la ragione si muove, in forme differenti ma non per questo meno degne? Anzi, per certi aspetti, queste modalità appaiono in grado di raggiungere una profondità che il pensiero dell’adulto non attingerà. “Perché” e non “come” è l’interrogativo che sostiene l’impegno del soggetto che apprende, anche se il “che cosa” e il “come”, gli oggetti specifici dell’insegnamento/apprendimento, rappresentano il medium attraverso cui è possibile intravedere una risposta a questi interrogativi.



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