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SCUOLA/ Il latino e il greco? Non cadiamo nella "trappola" dello zoo

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Le dolenti note iniziano a farsi sentire quando si entra in merito al lavoro quotidiano. Occorre infatti tenere presente che la scuola media ticinese prevede quasi quaranta ore di lezione settimanali, impegnando così gli studenti dalle otto della mattina alle cinque del pomeriggio quasi tutti i giorni. Si capisce facilmente che tale griglia oraria non lascia molto tempo a disposizione per l’assimilazione personale – tramite lo studio e gli esercizi – dei contenuti; a ciò si aggiunga il già ricordato statuto speciale del latino come materia opzionale, e il fatto che essa richiede oggettivamente un impegno non indifferente per essere appresa, in termini di costanza del lavoro e anche di tempo. Il risultato è che, non appena gli studenti si rendono conto che l’entusiasmo o la curiosità iniziale non sono sufficienti per imparare, una buona parte di essi rinuncia a lavorare sul serio. 

La cosa in sé non mi sorprende; penso a che cosa succederebbe nei licei italiani se il latino fosse reso facoltativo: quanti studenti ne proseguirebbero volontariamente lo studio dopo il primo anno? Non pochi, credo, ma neppure molti. Dal punto di vista didattico, la situazione presenta una sfida interessante: se da un lato è chiaro che non posso esigere dagli studenti un livello di lavoro come se insegnassi in un liceo italiano, è altrettanto vero che non posso sfrondare i contenuti né semplificare l’insegnamento o addolcire la valutazione al di sotto di una certa soglia, poiché in tal caso comprometterei la materia in sé e non starei più insegnando latino, ma condirei semplicemente una brodaglia antiquata, priva di reali contenuti e di valore formativo per gli studenti. Nel complesso, la questione non è semplice, ed esige da parte mia una continua attenzione alla situazione delle classi, per poter dosare opportunamente il lavoro.

Se devo quindi trarre una prima conclusione e dire qual è il punto debole dell’insegnamento del latino nel contesto dove opero, esso consiste nell’orizzonte all’interno del quale si colloca. Esso è circondato, per certi riguardi più che in Italia, da un’aura di raffinatezza, e però non è proposto in termini adeguati quale materia di studio: fare leva principalmente sulla voglia e il gusto degli studenti non è la condizione che rende possibile un reale apprendimento, che porti anche eventualmente con sé il piacere di imparare. La mia esperienza non fa che confermare quanto constata un documento citato nell’articolo di Enrico Tanca del 29 febbraio 2012: “Ormai in quasi tutti i paesi europei quel genere di studi [classici] era stato rinchiuso in una specie di nobile zoo, un museo di viventi da ostentare, con l’orgoglio con cui si mostrano antichi gioielli di famiglia. (…) Si comincia con il renderle opzionali [le discipline classiche] nei curricula delle scuole medie, ponendole in alternativa con discipline di più immediata spendibilità...”. 

 



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COMMENTI
21/07/2012 - far pubblicità al latino (Giuseppe Crippa)

A distanza di tanti anni da quando studiavo il latino non posso che confermare quanto afferma il prof. Botturi: “… E’ una materia che può portare gli studenti a un livello di riflessione e a una profondità di pensiero che altre materie non offrono; ricercare il significato e l’etimologia delle parole, conoscere la struttura delle frasi e riuscire ad accostare alcuni testi è un arricchimento prezioso per un giovane”. Non credo però che questo intrinseco valore debba essere difeso dallo Stato con l’obbligatorietà ma con un costante lavoro di promozione di cui ancora una volta si dovrebbero fare carico tutti coloro, professori in primis, che credono nel suo valore formativo.