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UNIVERSITA'/ L'Anvur dovrebbe ispirarsi agli Usa, invece guarda a Marx

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Un'aula universitaria (Infophoto)  Un'aula universitaria (Infophoto)

In generale, però, il metodo della peer review anonima è universale e vale sia per i libri che per gli articoli. Convengo con svariati colleghi che questo metodo presenta luci ed ombre. Ma sono fermamente convinto della sua sostanziale correttezza; in altri termini, ritengo sia il male minore. È vero, talvolta capita di vedersi articoli respinti con commenti al vetriolo. Questo non fa bene all’ego e non è in generale particolarmente piacevole. Tuttavia, se si ha la ragionevole certezza che il proprio articolo è buono, lo si può sempre rispedire così com’è ad un’altra rivista. A me è capitato che articoli respinti con disprezzo venissero poi accettati di buon grado anche da riviste di reputazione superiore. E spesse volte i commenti aiutano davvero a migliorare il prodotto, evitando di mettere su carta stampata affermazioni che col senno di poi si rivelerebbero imbarazzanti.

Un capitolo di rara ottusità sembra essere l’introduzione del cosiddetto impact factor. Spesso in ambito umanistico si cita per criticare, vi sono libri e articoli che nel tempo si stabiliscono come riferimenti polemici standard perché presentano posizioni esageratamente faziose o irrealistiche. In quest’ottica, qualcuno potrebbe essere tentato di scrivere qualcosa di particolarmente idiota o stravagante, che venga continuamente citato come esempio da non seguire e così totalizzare un sacco di punti bibliometrici. In ambito umanistico di cose idiote o stravaganti ne vengono già scritte molte senza che si introduca uno strumento per incentivarne la produzione.

Tornando al punto principale, in America è il direttore di dipartimento che, vista la lista di pubblicazioni nel corso dell’anno, valuta infine l’attività del singolo docente. Questo consente anche di tener conto di fattori esterni, ad esempio, una collega che ha appena avuto un bambino potrà ricevere una valutazione buona anche avendo pubblicato meno di un collega che non ha avuto impegni familiari preponderanti.

Avanzo quindi una proposta scandalosa: dovrebbero essere i direttori del dipartimento, visti i risultati scientifici e tenuto conto di pochi, essenziali criteri, ad indicare quali colleghi sono maturi per diventare associati o ordinari. Oppure dovrebbe essere un organo interno al singolo ateneo che decide dopo aver sentito il parere del dipartimento, come i tenure committees in molti atenei americani. Al contempo, i colleghi dovrebbero, con l’aiuto di studenti, borsisti etc. monitorare costantemente l’attività del dipartimento e stilare ogni paio d’anni un’autovalutazione della didattica, della ricerca, degli avanzamenti di carriera da sottoporre al direttore e a colleghi esterni per stabilire gli obiettivi futuri.

Mi rendo conto mentre scrivo che tutto questo non è facilmente applicabile in un sistema ancora totalmente ingessato come quello italiano, dove il margine di libertà dei singoli atenei è minimo, se non inesistente, e dove in fondo non esiste una cultura della valutazione che abbia un impatto reale (non esistono incentivi salariali o simili). 



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COMMENTI
25/07/2012 - Adesione entusiasta (Piero Morandini)

Bellissimo articolo: dettagliato e ben argomentato. Aderisco entusiasta alla proposta e spero che l'Anvur e ancora di più le commissioni ci riflettano sopra. P. Morandini, Univ. di Milano