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UNIVERSITA'/ L'Anvur dovrebbe ispirarsi agli Usa, invece guarda a Marx

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Un'aula universitaria (Infophoto)  Un'aula universitaria (Infophoto)

A seguito dell’articolo di Adriano Fabris, mi servo di una variante di un antico slogan bertinottinano per suggerire un’idea (che bertinottiana non è) relativa alla vexata quaestio della valutazione accademica in ambito umanistico. L’idea, in sintesi, è composta di quattro punti: 1. che la valutazione debba essere fatta su scala locale; 2. che coinvolga il più possibile tutte le componenti della vita accademica, cioè studenti, borsisti, ricercatori, associati e ordinari; 3. che sia essenziale e ridotta a passaggi cruciali di carriera; 4. che contempli e richieda anche momenti di autovalutazione (sia di interi dipartimenti, sia di singoli individui).

Invece di argomentare punto per punto – il che mi richiederebbe più spazio di quanto è opportuno utilizzare in questa sede – mi limito a presentare un affresco del sistema di valutazione in ambito umanistico negli Stati Uniti. Troppo spesso, infatti, in Italia si finisce per voler essere più americani degli americani ma senza capire che cosa è essenziale del sistema a stelle e strisce e scimmiottandone soltanto aspetti esteriori.

Da insider avanzo la seguente tesi: ciò che è essenziale dell’accademia americana (e che diventa particolarmente rilevante in ambito umanistico) è che ogni valutazione implica un rapporto tra un valutante e un valutato. Quindi, che le valutazioni vengono sempre fatte in ultima analisi da una persona definita che si prende la responsabilità di valutare. Questa persona (che in genere è il direttore di dipartimento) si serve sì di vari strumenti, ma alla fine è chiamata ad emettere discrezionalmente la propria valutazione. Se si perde di vista questo punto e si vagheggiano sistemi impersonali di valutazione nei quali vengano immessi dati e che impersonalmente producano valutazioni, si rischia di creare un mostro.

Per evitare la genesi del mostro occorrerebbe intendere la relazione tra valutante e valutato non in termini marxiani come relazione tra un oppressore e un oppresso (che quindi va il più possibile spersonalizzata ricorrendo a strumenti tecnico-formali) ma in termini aristotelici, come il rapporto tra due amici di pari virtù che si scambiano critiche ed elogi nel tentativo di eccellere il più possibile nella propria disciplina.

Per questo, ad esempio, non ha alcun senso stilare una classifica ufficiale delle riviste migliori o decidere ufficialmente se vale di più un libro o un articolo. In America non c’è nulla di tutto ciò, per lo meno non in ambito umanistico. Il valore di una rivista dipende grossomodo dalla sua acceptance rate, cioè quanti tra gli articoli ricevuti verranno effettivamente accettati per la pubblicazione. Una rivista di buona categoria avrà una acceptance rate inferiore al 10%. Allo stesso modo, non viene ufficialmente dichiarato quale forma di pubblicazione ha più valore. In ambito di studi storiografici il libro ha ancora un suo peso preponderante mentre in settori più tecnici, come la filosofia analitica, l’articolo è preferito.



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COMMENTI
25/07/2012 - Adesione entusiasta (Piero Morandini)

Bellissimo articolo: dettagliato e ben argomentato. Aderisco entusiasta alla proposta e spero che l'Anvur e ancora di più le commissioni ci riflettano sopra. P. Morandini, Univ. di Milano