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SCUOLA/ Nella chimica, la "ricetta" contro l'omologazione culturale

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Non si deve però pensare che questo tenda a favorire un modello “omologato” di insegnamento, nei programmi, nelle metodologie e nei libri di testo, ma semmai l’esatto contrario. Partiamo per esempio dai libri di testo: sir Peter Atkins, forse il più celebre autore contemporaneo, si è trovato in un paio di occasioni nel ruolo di difensore d’ufficio della categoria, di fronte alle molte critiche rivolte ad una eccessiva omogeneizzazione dei libri di testo “standard” e ad un progressivo impoverimento nei contenuti e nel livello di approfondimento critico. 

Analogamente si è criticato, una volta di più, un progressivo appiattimento dei programmi su schemi standard ormai stantii: rispetto ai paesi in cui il “programma” è vincolante addirittura nella scansione temporale, sembra positivo che nell’attuale riforma nostrana si sia privilegiato il concetto di “linee guida”, con una ragionevole, anche se non elevatissima, quota di autonomia anche nei contenuti. 

Ricercatori come Mansuur Niaz, Melanie Cooper, Hans Barke − senza far torto ai tanti altri − hanno segnalato la necessità di rinfrescare e di ridare vita alla didattica cancellando i luoghi comuni, le impostazioni dogmatiche, l’uso di modelli superati o acritici.

D’altro canto, una fortissima tensione etica verso il senso e la responsabilità della chimica, della sua importanza per il futuro del pianeta e dei suoi abitanti, è venuto da personaggi di grande spessore come l’appassionato Bassam Shakashiri, il pirotecnico premio Nobel sir Harold Kroto e il nostro Vincenzo Balzani, cui molto appropriatamente è stato dato l’onore della lezione introduttiva.

Ma non sono mancate, anche se sarebbe impossibile riassumerne anche solo una piccola parte, tantissime esperienze didattiche magari contingenti, magari legate a specifici progetti, ma da cui si è capito quanto sia ricca la tavolozza di esperienze e di creatività che anima i chimici slovacchi o australiani, sudafricani o irlandesi o, perchè no, italiani.

Per una conclusione credo ci si possa rivolgere all’intervento di Brian Coppola, il “superprof” di cui avevamo parlato tempo addietro: Do practical work, not homework. Ovvero: basta con una didattica fatta di cognizioni da studiare sulla carta, con esercizi noiosi e ripettivi − con la stessa idea di “compiti a casa” − per privilegiare invece l’apprendimento interattivo, in cui il laboratorio deve essere lo spazio didattico privilegiato: non certo per riprodurre esperimenti sempre uguali da schede prestampate, di cui si sa o si suppone il risultato, ma per imparare a porre ed a porsi domande.

Con il coinvolgimento degli studenti più anziani nel “peer learning”, cosa certo più praticabile in ambito universitario ma che può essere estremamente efficace già nella scuola. Con la guida attiva e responsabile di docenti che devono essere molto preparati ed aggiornati innanzitutto nei contenuti scientifici ed applicativi, prima che nei “didatticismi”: guai a considerare l’insegnamento una carriera separata dalla ricerca o dalla pratica. E qui vien da pensare a tutti gli sforzi compiuti da noi, riforma dopo riforma, per fare in modo che invece la carriera docente scolastica sia scelta come antitetica a quella di ricerca fin dalla laurea triennale, cioè da un momento in cui l’acquisizione e la maturazione dei “contenuti” è ancora inevitabilmente troppo ridotta. 



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COMMENTI
27/07/2012 - "Volontà politica"? (Sergio Palazzi)

Borrielli è sempre ben documentato e, in effetti, il mio "90%" va leggermente corretto rispetto a quando avevo preparato il documento per ICCE. Anche per meccanismi contingenti: l'unica scuola - fuori dagli istituti tecnici industriali - in cui ci fossero da sempre molte ore di chimica insegnate da un chimico erano gli istituti d'arte. Meritoria e gloriosa categoria di scuola professionale, spesso anzi artigianale, in cui la chimica aveva un ruolo finalizzato alla comprensione e realizzazione del manufatto; che è "uno" degli scopi tipici della chimica - l'unica scienza che dà il nome ad una industria! Dal momento che gli ISA sono stati "promossi" (?) a Licei Artistici, ecco che, casualmente, in un tipo di liceo l'insegnamento si trova affidato ai chimici. Volendo fare i precisi, potremmo stare a contare quanti e quali insegnamenti di altri indirizzi dovrebbero essere logicamente affidati ad un chimico, cominciando dal 5° anno di "tecnologie" per l'indirizzo biotecnologico ambientale, ma non è questo il senso del discorso. Ciò che va rivisto è proprio la "volontà politica": quella che ha chiuso i validi Licei Scientifici Tecnologici obliterandoli in "scienze applicate", tanto per dire. Ma molti articoli che escono qui nella pagina "Educazione" stano a dimostrare che, nella migliore delle ipotesi, la volontà politica del legislatore è confusa e condizionata da troppi input che, con il futuro dei nostri ragazzi e del nostro Paese, hanno solo delle flebili attinenze.

 
26/07/2012 - Ma c'è la volontà politica di fare una "svolta"? (Michele Borrielli)

L’Autore scrive: “Nella scuola italiana di oggi, e ancora più in quella di domani, oltre il 90% degli studenti (cominciando da quelli liceali) non ha diritto a vedersi di fronte un docente di chimica che abbia una approfondita e certificata formazione universitaria in chimica”. Vorrei chiarire che negli istituti tecnici e professionali, dopo la riforma De Toni, questo non si verifica e non si verificherebbe in futuro, essendo l’insegnamento della chimica affidato ai soli docenti laureati in discipline chimiche della classe A013-futura A-25, sia nella normativa temporanea dell’ultimo triennio, che nelle bozze di nuove classi di concorso del 15/5/12. È nei Licei, presenti e futuri, che si verifica e che si potrebbe rinnovare tale situazione, se ad essa non verrà posto rimedio. L’Autore continua: “Un’assurdità contro cui da anni si leva inutilmente la voce di tutto il mondo chimico italiano: accademia, professionisti, imprenditoria. Con quali prospettive, possiamo immaginare”. Su questo sono perfettamente d’accordo, le conseguenze per il futuro scientifico e tecnologico del Paese, se si continuasse a tener fuori dai Licei la classe di concorso A013-futura A-25, come nelle bozze di classi di concorso del 15/5/12, sarebbero disastrose. E la soluzione non è né inattuabile né difficile da trovare, vedasi ad esempio in http://www.chimici.it/cnc/fileadmin/doc/avvisi/20111012_definitiva.pdf. Ma c’è la volontà politica di fare una “svolta epocale”, a vantaggio dei Liceali e del Paese?