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SCUOLA/ Nella chimica, la "ricetta" contro l'omologazione culturale

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C’è un’epidemia molto pericolosa, che si sta diffondendo su tutto il pianeta e di cui pochi sembrano essere coscienti: l’ignoranza in chimica. Da un lato è ormai opinione comune che la chimica sia la scienza “centrale”, non soltanto rispetto a tutte le innovazioni tecnologiche (dall’elettronica ai farmaci al risparmio energetico), che non avrebbero senso senza lo sviluppo della ricerca chimica, ma anche perché collega epistemologicamente e operativamente tutte le altre discipline, fisica e biologia in primis. Dall’altro lato, è ormai diffuso il termine “chemofobia”, usato per caratterizzare tutte quelle manifestazioni - da atti normativi a dicerie sparse via web, da marketing e pubblicità fino allo scarso interesse per le iscrizioni scolastiche ed universitarie - che mostrano una irragionevole e spesso fanatica avversione verso qualsiasi cosa che abbia a che fare con “la roba chimica”.

E se fosse colpa (anche) di come la chimica viene insegnata? 

Questa è stata una delle domande al centro di una straordinaria conferenza svoltasi a Roma dal 15 al 20 luglio scorsi. I due principali appuntamenti internazionali per la didattica, l’International Conference for Chemical Education giunta alla 22ma edizione e l’European Conference on Research in Chemical Education, che invece è all’11ma replica, si sono tenuti per la prima volta congiuntamente, presso i locali della Sapienza di Roma. 

Una prima descrizione parte dall’impressionante dato quantitativo: 574 delegati iscritti da 71 Paesi del mondo, di cui oltre la metà da paesi extraeuropei nonostante la maggiore distanza. 624 lavori di ricerca sottoposti al comitato scientifico, che ne ha ammessi 356 come comunicazioni orali e 237 come poster. Uno sforzo organizzativo impressionante, e solo per non dimenticare nessuno evito di ricordare i nomi dei tanti docenti e ricercatori che si sono messi in gioco per oltre un anno; cito per tutti il prof. Luigi Campanella, past president della Società Chimica Italiana, che ne è stato un po’ il padre nobile e che ha realizzato il comunicato finale che uso come guida per riordinare le idee, dopo 16 conferenze plenarie generali e di dettaglio e fino a 9 sessioni parallele.

Al di là dei numeri è però importante considerare il merito di quanto discusso. 

Possiamo leggere cinque principali linee di tendenza negli interventi: la propensione a costruire un modello globale di educazione in chimica, attraverso la cooperazione e la creazione di reti di comunicazione; un equilibrio tra l’uso delle risorse didattiche educative e tradizionali; il collegamento con problematiche generali come l’ambiente e l’energia; l’importanza della tutela di sicurezza e salute; l’uso di esperienze di laboratorio innovative e coinvolgenti, privilegiando la miniaturizzazione ed il legame con la vita quotidiana. 



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COMMENTI
27/07/2012 - "Volontà politica"? (Sergio Palazzi)

Borrielli è sempre ben documentato e, in effetti, il mio "90%" va leggermente corretto rispetto a quando avevo preparato il documento per ICCE. Anche per meccanismi contingenti: l'unica scuola - fuori dagli istituti tecnici industriali - in cui ci fossero da sempre molte ore di chimica insegnate da un chimico erano gli istituti d'arte. Meritoria e gloriosa categoria di scuola professionale, spesso anzi artigianale, in cui la chimica aveva un ruolo finalizzato alla comprensione e realizzazione del manufatto; che è "uno" degli scopi tipici della chimica - l'unica scienza che dà il nome ad una industria! Dal momento che gli ISA sono stati "promossi" (?) a Licei Artistici, ecco che, casualmente, in un tipo di liceo l'insegnamento si trova affidato ai chimici. Volendo fare i precisi, potremmo stare a contare quanti e quali insegnamenti di altri indirizzi dovrebbero essere logicamente affidati ad un chimico, cominciando dal 5° anno di "tecnologie" per l'indirizzo biotecnologico ambientale, ma non è questo il senso del discorso. Ciò che va rivisto è proprio la "volontà politica": quella che ha chiuso i validi Licei Scientifici Tecnologici obliterandoli in "scienze applicate", tanto per dire. Ma molti articoli che escono qui nella pagina "Educazione" stano a dimostrare che, nella migliore delle ipotesi, la volontà politica del legislatore è confusa e condizionata da troppi input che, con il futuro dei nostri ragazzi e del nostro Paese, hanno solo delle flebili attinenze.

 
26/07/2012 - Ma c'è la volontà politica di fare una "svolta"? (Michele Borrielli)

L’Autore scrive: “Nella scuola italiana di oggi, e ancora più in quella di domani, oltre il 90% degli studenti (cominciando da quelli liceali) non ha diritto a vedersi di fronte un docente di chimica che abbia una approfondita e certificata formazione universitaria in chimica”. Vorrei chiarire che negli istituti tecnici e professionali, dopo la riforma De Toni, questo non si verifica e non si verificherebbe in futuro, essendo l’insegnamento della chimica affidato ai soli docenti laureati in discipline chimiche della classe A013-futura A-25, sia nella normativa temporanea dell’ultimo triennio, che nelle bozze di nuove classi di concorso del 15/5/12. È nei Licei, presenti e futuri, che si verifica e che si potrebbe rinnovare tale situazione, se ad essa non verrà posto rimedio. L’Autore continua: “Un’assurdità contro cui da anni si leva inutilmente la voce di tutto il mondo chimico italiano: accademia, professionisti, imprenditoria. Con quali prospettive, possiamo immaginare”. Su questo sono perfettamente d’accordo, le conseguenze per il futuro scientifico e tecnologico del Paese, se si continuasse a tener fuori dai Licei la classe di concorso A013-futura A-25, come nelle bozze di classi di concorso del 15/5/12, sarebbero disastrose. E la soluzione non è né inattuabile né difficile da trovare, vedasi ad esempio in http://www.chimici.it/cnc/fileadmin/doc/avvisi/20111012_definitiva.pdf. Ma c’è la volontà politica di fare una “svolta epocale”, a vantaggio dei Liceali e del Paese?