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SCUOLA/ De Mauro, Moratti o Fioroni, a queste Indicazioni manca un "padre"…

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In questo ultimi anni, a tumultuose e rumorose battaglie politiche sono seguite silenziose stagioni di realizzazione nelle aule scolastiche; a ripetuti monitoraggi con esisti poco divulgati (marzo 2008, dicembre 2011), la scuola ha risposto con una “sperimentazione” dentro la pratica quotidiana, poco condivisa e quindi poco conosciuta, ma a mio parer sempre rispettosa della persona del bambino e della sua appartenenza familiare.

Posso fare qualche esemplificazione dell’intenso lavoro culturale, realizzato dalla rete di scuole che coordino, in risposta alla possibilità, offerta dalle Indicazioni di Fioroni di “mettere alla prova dell’aula” le proposte avanzate. Proposta quest’ultima estremamente ragionevole, giacché essere ragionevoli vuol dire, come diceva J. Guitton, sottoporre il pensiero all’esperienza.

La libertà di sperimentazione, offerta dal cantiere di lavoro, non ha significato anarchica o improvvisazione: la cultura pedagogica della scuola dell’infanzia è troppo forte e la sua identità consolidata da uno storico patrimonio di esperienza e cultura, fondamento della sua qualità, apprezzata dalle famiglie e dal mondo intero.

Quanto è effettivamente accaduto nelle scuole è fruibile anche attraverso parecchie documentazioni segnalate nell’ultimo monitoraggio (dicembre 2011), ma che nessuna commissione tecnica si è presa la briga di richiedere e consultare. Dovendo essere sintetici, in questa sede mi limito a sottolineare che l’approccio alle Indicazioni è stato aperto e serio nel paragone con ciò che accade nella vita scolastica concreta: la preoccupazione è stata quella capire l’impianto culturale delle Indicazioni ed iniziare un paragone rispetto all’esperienza in corso, senza lasciarsi prendere da immotivate preoccupazioni di stravolgimenti o discontinuità, rispetto la pratica maturata e validata negli anni precedenti.

Proprio perché il lavoro svolto potesse essere comunicato e confrontabile, si è curata la documentazione, così che emergessero le ragioni delle scelte e la valutazione delle indicazioni ricevute e potessero essere conosciute e divulgate le migliori esperienze. Piste di lavoro privilegiate sono state: cultura, persona, ambiente di apprendimento, organizzazione del curricolo, nuova cittadinanza nella prospettiva di una configurazione di Scuola dell’infanzia che educa istruendo, basata su un’antropologia personalista. L’aspetto più interessante del lavoro è stata la disponibilità delle insegnanti alla rivisitazione critica del proprio operato. Questa a mio parere è la cifra autentica di ogni qualificazione della scuola. 

La prospettiva corretta è proprio quella di rimanere sul piano dell’indicare e non del prescrivere: l’atto dell’indicare è un gesto dell’adulto che indirizza l’attenzione su qualcosa che viene ritenuto segno significante. Certo la funzione fondamentale delle Indicazioni è quella di scongiurare il rischio di frammentazione e polarizzazione del sistema nazionale di istruzione, ma è indispensabile coniugare questa esigenza con la necessità di riconoscere la pluralità dei modelli e dei diversi soggetti che oggi danno vita alla scuola dell’infanzia in Italia. Questo riconoscimento che era nelle Indicazioni di Fioroni, è andato perduto e con esso quel respiro di libertà che chiede alla legislazione di immettere ossigeno nella società civile.



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