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SCUOLA/ La storia nelle nuove Indicazioni? "Sotto" il metodo, niente

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Le rovine di un tempio greco (Foto: Infophoto)  Le rovine di un tempio greco (Foto: Infophoto)

Insomma si rimane nell’ambito di una storia che vuole insegnare schemi, sistemi (qui definiti quadri di civiltà) ovvero le “idee” di un periodo, invece che l’incontro con la complessità, l’imprevedibilità e la libertà con cui l’uomo assume in ogni periodo storico la dinamica dei rapporti umani e l’interazione-trasformazione della natura.

La proposta delle Indicazioni, apparentemente neutra per il riferimento al valore del metodo come unico parametro “oggettivo” dell’insegnamento, in realtà è decisamente orientata a favore di una visione progressista, dove la verità è solo filia temporis e la maturità consiste nell’adattarsi alla crescente complessità della realtà e nell’utilizzo del passato solo in funzione del presente, perché “tutti gli insegnanti anche quelli di storia primaria dovranno stimolare la conoscenza di aspetti e processi del nostro tempo e della nostra storia recente, durante tutto il percorso degli studi, assumendo l’opzione metodologica di mettere in rapporto passato e presente all’interno dei temi che verranno via via affrontati”.

Grave appare poi il distacco tra il valore del metodo e i contenuti della storia; l’opzione metodologista che ritiene secondari i contenuti è fallace (come ha ben messo in luce in un precedente intervento Lorenzo Strick Lievers) sia sul piano critico sia sul piano del rispetto della dinamica evolutiva del bambino, sempre che naturalmente si voglia educare il bambino a “pensare storicamente” e non invece a utilizzare la storia per altro (la giusta sottolineatura della necessità di “far acquisire conoscenze e atteggiamenti utili all’esercizio della cittadinanza attiva” in questo contesto finisce per apparire l’invito a finalizzare l’insegnamento della storia all’apprendimento, attraverso riferimenti storici, dei valori del buon cittadino), il che snaturerebbe la dimensione storica stessa.  

In un contesto di grandi trasformazioni (come recita giustamente la premessa delle Indicazioni) ci saremmo aspettati un testo ministeriale che aprisse compiutamente la scuola italiana all’incontro con la realtà attraverso le discipline (usando quindi le discipline come strumento e non come scopo) e alla valorizzazione di tutte le risorse interiori del bambino (con le sue domande tipiche: da dove vengo?, chi sono io?, qual è il mio destino?, come è fatta la realtà?) predisponendo una rilettura degli aspetti antropologici delle diverse discipline che potesse aiutare a sviluppare queste domande in modo razionale e personale.

Peccato, un’altra occasione perduta. Non rimane che sperare, come al solito, nella passione educativa degli insegnanti.



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