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SCUOLA/ 1. Così l’esame di Stato rovina i giovani

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Caro direttore,

gli esami di Stato sono ormai conclusi, poche commissioni sono ancora al lavoro, altre si avviano a fare il famoso pacco in cui mettere tutta la documentazione dell’esame e sigillarlo con la ceralacca. Vale la pena fermarsi a riflettere su una formula che pare ormai al lumicino.

C’è una constatazione da fare, e cioè che gli studenti che si adeguano a questa formula d’esame arrivano alle prove scarichi della loro genialità e hanno dei risultati di fatto mediocri, che ben si adattano a ciò che l’esame chiede: quello di ripetere il già saputo e al massimo di fare un buon taglia-incolla. Chi invece non ha voluto adeguarsi, anzi ha visto l’esame come una possibilità per sé è stato commovente, il suo esame è stato un’esplosione di umanità. Quanti ragazzi e ragazze in questi giorni sono andati all’attacco dell’esame con una grinta imprevista, la grinta che viene da un lavoro che li ha appassionati e che hanno voluto comunicare. Questi studenti e studentesse sono il segno che laddove viene sfidata, laddove viene sollecitata la creatività e la capacità critica si muovono. Solo per questo vale questo tipo di esame, perché chi l’ha preso sul serio ha scoperto che la conoscenza è una avventura che vale la pena di essere vissuta innanzitutto per se stessi. Chi ha affrontato la commissione d’esame avendo fatto questo lavoro ha dato molto agli insegnanti stessi, li ha risvegliati dalla meccanicità delle formule e li ha portati sul terreno dell’umano. 

In forza di questa esperienza mi permetto di suggerire un cambiamento radicale della formula d’esame. Non si deve mettere più a tema dell’esame ciò che già è stato verificato durante l’anno. Se l’Invalsi vuole verificarlo lo faccia, lo deve fare, ma non è questo l’esame.

Bisogna tornare a fare un esame di maturità, e maturità è saper affrontare in modo critico e personale i contenuti scolastici. L’esame deve poter essere una verifica non se uno studente sa o non sa, ma di come rielabora creativamente ciò che sa e sa fare.

Per questo propongo due scritti, uno d’italiano, ma tornando al vecchio tema!, e uno specifico dell’indirizzo. Il colloquio sia solo sul lavoro che i candidati presentano e di questo lavoro si dovrà verificare la genialità, la capacità di fare qualcosa di veramente nuovo.

Da ultimo, la valutazione, che merita un discorso a parte. Gli esami hanno tenuto tanti studenti e studentesse sul filo dell’ansia e ora, in un attimo, tutto viene chiuso, buttato nelle scartoffie della burocrazia. Che cosa rimane? Un numero, solo un numero rimane a fissare per ogni studente il valore raggiunto. Tra 100 e 60 gli insegnanti, consapevolmente o inconsapevolmente, si sbizzarriscono a identificare il numero che fotografi il valore di ciascun studente o studentessa. E molti docenti ci credono, tanto da impegnarsi in discussioni all’arma bianca quasi che tra un 77 e un 79 ci sia una differenza sostanziale.



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