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UNIVERSITA'/ Anvur, "miracoli" e anomalie dell'agenzia finto-indipendente

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Università di Torino, galline in rettorato durante una protesta (InfoPhoto)  Università di Torino, galline in rettorato durante una protesta (InfoPhoto)

La seconda grande questione deriva dalla logica posta a base dei criteri di valutazione: si è ritenuto di predefinire standard di tipo pressoché esclusivamente quantitativo, irrigiditi nella loro bronzea fissità.

Fin dove un metodo siffatto possa condurre lo si è potuto constatare quando è stato formulato il ranking delle riviste scientifiche. Nella specie, il criterio proposto è stato quello della «piramide»: posto un certo numero di riviste alle quali sia riconosciuto carattere scientifico, tra esse quelle qualificabili come di eccellenza debbono essere necessariamente un sottomultiplo di quelle della fascia più bassa, e queste a loro volta un sottomultiplo di quelle della serie ancora inferiore. La determinazione di tali rapporti quantitativi è affidata all’Anvur. Dunque le riviste eccellenti debbono essere poche, meglio: pochissime. E ciò in forza di un assioma indiscutibile: «non è possibile che siano molte». Non è ammessa dimostrazione diversa su base storica.

Quando è stato approvato il regolamento recante i criteri e parametri per la valutazione dei candidati all’abilitazione per l’accesso alla prima e alla seconda fascia dei professori universitari, gli effetti distorsivi cui tale metodo e tali determinazioni possono condurre si sono rivelati con particolare crudezza. Si è stabilito che, in sostanza, solo gli articoli pubblicati, nei dieci anni precedenti, in riviste classificate oggi in fascia “A” sono spendibili nel concorso: ecco, in prima applicazione, il collo di bottiglia formato col ranking. 

È rimarchevole che abbia suscitato qualche sorpresa e qualche contrarietà la decisione del direttivo dell’Associazione italiana dei costituzionalisti di presentare in proposito ricorso al giudice amministrativo prospettando la violazione, per il carattere retroattivo del criterio, dei princìpi di eguaglianza-ragionevolezza e di affidamento. Sorpresa e contrarietà che – se manifestati da giuristi e non da cultori non accademici di filosofia teoretica (è accaduto anche questo) – potrebbero aprire interrogativi inquietanti sul grado di diffusione della cultura della Costituzione, essendone stati messo in gioco alcuni capisaldi.

Ma il criterio quantitativo può condurre ben oltre.

La valutazione della produzione scientifica (nei settori non assoggettabili a criteri bibliometrici) dipenderà pressoché esclusivamente (per l’ingresso nelle commissioni di concorso) o largamente (per l’abilitazione) dal numero di lavori prodotti. 

Sono, in tal modo, oggettivamente premiate l’eccellenza e la virtù? Si può nutrire qualche dubbio.

L’eccesso di produzione è anch’esso un vizio, e tale è stato a lungo considerato. Sono virtù la capacità di lasciar sedimentare la riflessione, di sottrarsi all’occasionale, e la completezza della ricerca, il rigore nel metodo: insomma la ruminatio scripturarum (ruminating of writings: c.s.),  di cui parlava Gregorio Magno (che però era Dottore in contesto diverso da quello universitario). Vi sono certo casi di particolare facilità di scrittura. Ma molto spesso certe produzioni sterminate sono anche oscure e ripetitive, e perfino segnate dall’esposizione di tesi opposte e inconciliabili con riferimento a uno stesso problema o a una stessa fattispecie: l’autore non conserva memoria di quanto scritto l’anno o il mese addietro, o cento pagine innanzi. Naturalmente poi vi sono stati e vi sono alcuni (molti, a tratti), che, cooptati per ragioni diverse dall’eccellenza accademica, e ammantati nella retorica dell’«alta qualità intrinseca dell’opera» e dell’«alta cultura che non si traduce in scritto», sono rimasti semplicemente improduttivi: ma questi meriterebbero sanzioni ben diverse dall’esclusione dalle commissioni di concorso o dalle progressioni «di carriera».



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COMMENTI
09/07/2012 - Attenzione ai criteri "oggettivi" (marco valisa)

Articolo molto interessante. In un contesto di assenza di trasparenza e di meritocrazia cosa c'è di più semplice oltre che necessario dell'introduzione di criteri oggettivi di valutazione nell'Università e nella ricerca? Ma i criteri identificati come oggettivi sono anche giusti? L'esempio riportato, che ha sollevato l'attenzione dei costituzionalisti, pare convincente. Ma chi lavora nel settore della ricerca sa bene quanti altri siano i problemi connessi al nobile tentativo di quantificare la qualità. Di come le citazioni siano spesso terreno di "guerra" tra gruppi, di come non sempre chi giudica l'idoneità di un articolo sia all'altezza del compito. Pare che il primo lavoro sul bosone di Higgs sia stato rifiutato da un'importante rivista. Io vorrei aggiungere un particolare alle riflessioni di quest'articolo: i criteri valutativi, diventano ANCHE criterio metodologico per i ricercatori, in particolare per i piu' giovani, e possono dunque provocare disastri. Stante i criteri attuali il ricercatore é orientato ad organizzarsi per (tentare di) pubblicare quasi solo in certe riviste e a farlo il più spesso possibile, evitando quei lavori, come per esempio molti di quelli quelli sperimentali, che richiedono più tempo e difficilmente approdano a certe riviste. Chi farà quei lavori? Bene i criteri oggettivi, ma non si può prescindere dalla responsabilizzazione di chi valuta. "Sognano sistemi così perfetti che non ci sia piu' bisogno di essere buoni." Cioè responsabili.

 
09/07/2012 - Siamo alle solite (Alessandro Ferrari)

Come al solito in Italia quando si tenta di riformare qualche meccanismo statale che fa acqua (e quello universitario della valutazione/reclutamento dei professori è sotto gli occhi di tutti) allora si parte con le accuse di incompetenza, di mancanza di trasparenza. L'autore dell'articolo fa forse parte della Cricca? Come si fa a parlare di mancanza di trasparenza dell'ANVUR? O che non sono parte del corpo accademico (da cui sono stati selezionati)? E come si fa a valuare qualcosa senza criteri che facciano riferimento ad elementi oggettivi? Elementi condivisibili in tutta Italia? Condivisibili anche da noi cittadini che paghiamo questi stipendi? A criticare sono buoni tutti.