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SCUOLA/ Quei "nani" del Medioevo che hanno ancora molto da insegnarci

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Pier Paolo e Jacobello Dalle Masegne, partic. del monumento funebre al giurista Giovanni da Legnano, 1386 circa (immagine d'archivio)  Pier Paolo e Jacobello Dalle Masegne, partic. del monumento funebre al giurista Giovanni da Legnano, 1386 circa (immagine d'archivio)

Quest’ultimo è condizionato da tre elementi: la separazione tra chiostro e scuola, rispettivamente dedicati alla formazione dei monaci e dei laici (e origine delle cosiddette teologie monastica e scolastica); l’opera di due grandi quali Anselmo d’Aosta (sant’Anselmo) e Anselmo di Laon; il lavoro dei traduttori, che rimette l’Occidente in contatto con la filosofia di Aristotele per il tramite del mondo arabo (cfr. p.59). Il secolo viene poi passato in rassegna presentandone alcune delle maggiori personalità intellettuali (Abelardo, Giovanni di Salisbury, Ugo di san Vittore e il già citato Bernardo di Chartres), oltre che gli aspetti concreti dei programmi d’insegnamento e della vita degli studenti – come sempre divisa tra vero interesse per lo studio e vita sregolata. Dall’esame proposto risulta con chiarezza che il dodicesimo secolo contiene i germi per la fioritura dell’istituzione che dominerà i secoli successivi: l’università.

La seconda parte del libro (scritta da Jacques Verger) illustra ampiamente la vita delle università, dal loro sorgere come istituzione inedita in Europa nel XII-XIII secolo, fino al loro perdurante successo all’alba del Rinascimento, nel XV secolo. L’università è vista come il frutto maturo – e non come una generazione spontanea e improvvisa – di un bisogno forte e chiaro nella coscienza europea di dotarsi di un percorso di studi regolare e ben definito, che si concluda con il superamento di un esame finale (cfr. p.159). A partire dai nomi più noti delle prime fondazioni (Bologna, Cambridge, Montpellier, Napoli e una decina d’altre attive all’inizio del ’300) viene presentata la diffusione della nuova forma d’insegnamento in tutte le regioni europee, da Praga (fondata nel 1347) e le città dell’impero germanico (Vienna, Heidelberg, Colonia e molte altre) alla Scozia e alla Danimarca, ai Paesi mediterranei (cfr. p.198 s.). Dalle osservazioni dedicate ai programmi universitari, alla vita delle istituzioni e degli studenti, si comprende che l’università medievale è di più di una semplice struttura sociale o di un’istituzione dedita all’istruzione: essa è l’espressione concreta di una salda visione del mondo, che considera il bisogno di conoscenza dell’uomo come motore personale e sociale. L’autore ha anche l’onestà intellettuale di presentare le critiche rivolte dagli Umanisti all’università medievale; tuttavia egli non può negare – sulla base dei dati storici – che il perdurare e il moltiplicarsi dell’università nel Basso Medioevo è segno inequivocabile del suo successo (cfr. pp.205-211).

Basterebbe quanto detto finora per dimostrare la qualità del libro. Esso invece ha anche un altro pregio, e cioè che permette al lettore di identificare alcuni tratti caratteristici della cultura e dell’educazione medievale, peraltro non privi di attualità. Un primo tratto è il ruolo – sradicato e ormai quasi divelto dalla nostra prassi scolastica e universitaria – della memoria come strumento imprescindibile di conoscenza; si noti bene: non strumento per trattenere quanto si è già appreso, ma condizione necessaria proprio al fine dell’apprendimento. Tale era lo scopo delle antologie, o florilegi, dell’epoca: «L’ideale è quello di conservare tutto quel che si è letto nel “tesoro della memoria” (…). Sapere significa sapere a memoria. Non ci rendiamo conto, oggi, delle capacità che erano richieste all’allievo per ricordare tutto ciò che leggeva» (p.96). 



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