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SCUOLA/ Quei "nani" del Medioevo che hanno ancora molto da insegnarci

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Pier Paolo e Jacobello Dalle Masegne, partic. del monumento funebre al giurista Giovanni da Legnano, 1386 circa (immagine d'archivio)  Pier Paolo e Jacobello Dalle Masegne, partic. del monumento funebre al giurista Giovanni da Legnano, 1386 circa (immagine d'archivio)

L’idea di un sapere selettivo – o meglio selezionato, cioè scelto e voluto – (ragion per cui si compilavano le antologie, appunto per trattenere il meglio degli autori), perciò non enciclopedico (come sarà dall’Illuminismo in poi), e profondamente radicato nella memoria (camera di accesso alla mente e al cuore, come testimonia l’espressione inglese to learn by heart), cioè non passeggero, è un paradigma culturale forte che ha ancora molto da dire. Un secondo aspetto significativo riguarda il versante pedagogico. Sparse nel libro si trovano infatti alcune osservazioni davvero acute, che rivelano una sensibilità umana di cui anche ai nostri giorni c’è grande bisogno. Quanto alle doti del buon maestro si veda la lamentela di Guglielmo di Conches (sec. XII): «Quale libertà ci sarà mai negli studi, se vediamo già i maestri blandire gli allievi, e gli allievi giudicare i maestri, obbligandoli a parlare o tacere a comando? È raro ormai vedere un maestro severo. Più spesso chi insegna lo fa con voce suadente e sorriso adulatore. E quando qualcuno tenta di conservare la severità che conviene a un maestro, ecco che i cortigiani lo fuggono come se fosse folle, trovandolo crudele e inumano» (p.130).

In maniera complementare Paolo Diacono (IX secolo) esorta a un uso accorto e misurato della punizione nei confronti degli studenti: «Il maestro deve agire con moderazione nei confronti dei bambini, e non eccedere con la frusta poiché in ogni caso, dopo la frusta e la punizione, essi torneranno ben presto alle sciocchezze di sempre»; e ancora: «L’abate non deve permettere che i bambini siano puniti, scomunicati o frustati, poiché le maniere forti possono funzionare con monaci stupidi e negligenti ma rischiano di rendere i bambini peggiori di quanto sono, anziché migliori» (p. 28s.). Da ultimo si segnala l’idea di sant’Anselmo (XII secolo) sull’educazione; egli infatti, nel solco della tradizione benedettina, «paragonava l’opera dell’educatore a quella dell’orafo, che non colpisce il metallo prezioso con violenza ma lo polisce e lo plasma con dolcezza e discrezione, fino a dargli la forma desiderata» (p.63).

Grazie al loro studio gli Autori ci consentono così di entrare con piacere e allo stesso tempo con rigore nel mondo affascinante del nostro Medioevo. E se già i medievali si ritenevano nani che avevano molto da imparare dal loro passato, quanto più dovremmo sentirci bisognosi di imparare noi, che sediamo allo stesso tempo sulle spalle di giganti e di nani!

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