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UNIVERSITA'/ Tecnocrati è bello. Piccola guida ai misfatti dell'Anvur

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Osservo un’altra cosa: se il sistema valutato sulla base di indicatori è un sistema consapevole di sé (costituito da attori consapevoli), una valutazione basata su indicatori produrrà inevitabilmente la tendenza di alcuni ad agire sugli indicatori stessi, non sul fenomeno che dovrebbero indicare. Le tacche di un termometro indicano una temperatura corporea che può indicare uno stato patologico dell’organismo (e poi si tratta di capire quale patologia); ma un bambino – sano – che non vuole andare a scuola cercherà di riscaldare il termometro. Così, se il numero di citazioni ricevute dagli articoli di una rivista contribuisce al ranking della rivista, i direttori potranno indurre chi pubblica in essa a citare articoli dalla rivista stessa. Fantasie malfidenti? È già avvenuto: un sondaggio svolto tra 6.670 autori da ricercatori dell’University of Alabama, pubblicato su “Science”, ha rivelato che più del 20% delle riviste si comportavano in questo modo. Tra i rei della coercitive citation svettava il “Journal of Business Research”.

Fenomeni di retroazione (di risposta dei soggetti valutati all’uso di indicatori estrinseci) possono essere anche positivi, ma comunque creano problemi. Per fare un esempio meno legato alla disonestà, e più alle “buone pratiche”: laddove alcuni criteri puramente esterni, non riguardanti la qualità intrinseca di prodotti, come ad esempio la presenza di un comitato scientifico, diventano parametri di valutazione, gradualmente tutte le riviste o le collane provvederanno a dotarsene: un effetto positivo è raggiunto, ma l’indicatore alla fine non serve più a discriminare, ha annullato se stesso.

Non pretendo di dire in due parole nulla di conclusivo su una discussione complessa (rimando a molti interventi sul sito www.roars.it). Vorrei solo ricordare che questa complessità avrebbe richiesto prudenza. La peculiarità italiana è stata  la precipitazione. Per la VQR, l’Anvur ha allestito  classifiche di riviste in un paio di mesi, con rapide consultazioni con le società scientifiche, che prevedevano però l’adesione ad uno schema prefissato, senza precedenti all’estero: quello di una lista ristrettissima di poche riviste suddivise in fasce di merito, senza indicazioni di criteri, senza protezione contro conflitti di interesse, senza trasparenza. 

Conclusa questa vicenda, l’ombra lunga degli indicatori quantitativi si è riversata sulle procedure di abilitazione. Con un decisivo salto di qualità, gli indicatori bibliometrici (per alcuni settori scientifici) e il conteggio del numero di pubblicazioni e delle pubblicazioni in riviste di “fascia A” sono diventati condizioni per la valutazione di singole persone. Qui il passaggio è davvero fondamentale, e gravissimo: gli indicatori quantitativi, con i problemi che comportano, e che aumenteranno per quella autoconsapevolezza del sistema valutato che ricordavo, hanno in ogni caso una certa presa su grandi numeri e strutture complesse. Se la pubblicazione su una rivista internazionale non garantisce la qualità, un Dipartimento dove nessuno avesse mai pubblicato su riviste internazionali si presenta comunque male. Ma applicato a singoli, il criterio quantitativo può portare a serie distorsioni e ingiustizie, soprattutto se organizzato in modo approssimativo, come di nuovo in fretta e furia ha suggerito l’Anvur: per calcolare il numero di pubblicazioni si sommano insieme articoli, libri, traduzioni, saggi in volumi collettanei, per cui un libro sul Risorgimento frutto di anni di ricerche vale in linea di principio come la traduzione di un libro altrui.



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COMMENTI
14/08/2012 - Università, passione e idee, e licei (Alberto Consorteria)

Finché l'università rimane statale siamo destinati a oscillare tra baroni e valutazioni buone per le poste. Chi ha passione per quello che fa ormai da 15 anni ha preso il volo per l'estero. Nelle aule son restati i burocrati, ed è giusto che lo stato li tratti da burocrati. Chiamiamo università una cosa che non è tale: è un mega liceone. Quello che scrive un professore di filosofia del liceo e quello che scrive uno dell'università, in Italia, hanno la stessa dignità (alta o bassa, dipende dalla rispettiva onestà intellettuale), e lo stesso impatto sulla vita privata o pubblica (ossia zero. Sui giornali da 20 anni vedo solo citati nomi stranieri per comprendere il presente, dall'economia alla morale). La ricerca avanzata non abita più qui da tanto tempo. Quindi sarebbe più corretto chiamarlo liceo di secondo livello, non università. E l'Italia manca di università.