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UNIVERSITA'/ Tecnocrati è bello. Piccola guida ai misfatti dell'Anvur

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C’è un filo comune in tutto ciò? O è solo improvvisazione? Improvvisazione  credo ci sia stata, al Ministero come all’Anvur: ma vi sono anche aspetti culturali ed ideologici che conviene mettere in discussione. Provo a indicarli (senza indicatori) in poche parole. 

L’università è chiamata sempre di più a rendere conto di ciò che fa verso la collettività e verso lo Stato (che è in Italia l’ente erogatore di finanziamento). Questo principio in sé legittimo di accountability è applicato però nel quadro di una cultura economicistica, o se si vuole in un contesto in cui quella che è stata a lungo la funzione socialmente riconosciuta dell’università – produrre cultura, trasmettere cultura – non è percepita più come centrale. Come ha sottolineato già a metà degli anni 90 in relazione alle università nordamericane un bel libro di Bill Readings (The University in Ruins, Harvard University Press), la parola d’ordine è diventata “eccellenza” (che, come una scoria tossica non trattata, comincia ad andare per la maggiore ora da noi) e lo scopo percepito lo human resource development, non la cultura. 

In questo contesto, ciò che sfugge alla misurabilità ed alla commisurabilità è sospetto, e dunque lo sono in prima linea le scienze umane. La particolare difficoltà di applicare criteri quantitativi e bibliometrici di valutazione alle scienze umane, richiamato qui da Adriano Fabris, non è che un aspetto di tutto questo: rendicontabile all’esterno è ciò che è traducibile in un linguaggio quantitativo “oggettivo”, che prescinde dalla logica interna di un campo di ricerca e di un ambito della cultura. Assumere questo modello come prevalente, e applicarlo alla valutazione di individui che svolgono ricerca vuol dire trasformare modi e scopi della ricerca. In questa logica, tecnocratica e aziendale, che ha piena legittimità nel suo ambito, e naturalmente in alcuni ambiti di gestione dell’università stessa, conta il funzionamento del meccanismo e contano i risultati statisticamente considerati. È per questo che qualcuno difende oggi metodi palesemente inadeguati di valutazione o normative palesemente ingiuste con ragionamenti del tipo: ci saranno comunque errori statisticamente poco rilevanti; le ingiustizie saranno meno che in passato. Eppure c’è una differenza di fondo tra un sistema che produce errori per sua inevitabile imperfezione, ed un sistema che programma falsità, che prevede ingiustizie, in nome del fatto che i conti tornino. Pensate a qualcuno che scriva un libro sapendo che un quarto di ciò che scrive è falso; a un giudice che condanni venti persone sapendo che due di quelle sono innocenti. Cose del genere non sono valutabili in un ottica di quantità e di percentuali, anche dove le percentuali fossero più favorevoli: cose come diritti, verità, democrazia, consapevolezza critica, o anche semplicemente conoscenza (quanto vale un teorema?). 



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COMMENTI
14/08/2012 - Università, passione e idee, e licei (Alberto Consorteria)

Finché l'università rimane statale siamo destinati a oscillare tra baroni e valutazioni buone per le poste. Chi ha passione per quello che fa ormai da 15 anni ha preso il volo per l'estero. Nelle aule son restati i burocrati, ed è giusto che lo stato li tratti da burocrati. Chiamiamo università una cosa che non è tale: è un mega liceone. Quello che scrive un professore di filosofia del liceo e quello che scrive uno dell'università, in Italia, hanno la stessa dignità (alta o bassa, dipende dalla rispettiva onestà intellettuale), e lo stesso impatto sulla vita privata o pubblica (ossia zero. Sui giornali da 20 anni vedo solo citati nomi stranieri per comprendere il presente, dall'economia alla morale). La ricerca avanzata non abita più qui da tanto tempo. Quindi sarebbe più corretto chiamarlo liceo di secondo livello, non università. E l'Italia manca di università.