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UNIVERSITA'/ Tecnocrati è bello. Piccola guida ai misfatti dell'Anvur

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È un momento caldo per l’università italiana, e non perché siamo in agosto. Da poco è stato avviato il processo della VQR (la Valutazione della qualità della ricerca, 2004-2010) e stanno per partire (il bando è uscito il 27 luglio) le procedure di abilitazione nazionale per professori associati e ordinari. Le due cose hanno punti di contatto importanti: dal punto di vista istituzionale, il ruolo dell’Anvur; dal punto di vista della discussione non soltanto tecnica, ma culturale, sono in gioco in entrambe le vicende le modalità, i parametri, i criteri di valutazione che possono essere applicati alla ricerca. Sia per una valutazione delle strutture universitarie (dipartimenti, facoltà, atenei) che per conferire un’abilitazione che consenta poi il reclutamento è necessario valutare i prodotti della ricerca. Come farlo?

La discussione che si è sviluppata su questo “come” – pochi contestano oggi che si debba farlo – è stata ed è accesa, e sarebbe opportuno restasse quello che deve essere, ossia una discussione su un tema importante di cultura e politica della ricerca: troppo spesso viene presentata e sentita da qualcuno come una lotta tra “vecchi” e “nuovi”, tra Vandea accademica che resiste all’innovazione e avanguardia produttiva, tra baroni locali e studiosi “internazionali”, tra cordate accademiche e bande varie. Ciò che è in gioco è piuttosto un conflitto di idee, che ha bisogno di posizioni anche nette, comunque chiare, magari dure, ma che può essere produttivo – può essere una vera discussione – se delle idee si parla e non delle persone, delle loro molteplici aggregazioni, delle loro mire. 

Un tratto caratterizzante di quanto è avvenuto e sta avvenendo in Italia è dato non solo dal ruolo dell’Anvur, ma anche dal modo in cui l’Anvur lo sta interpretando. Sull’Anvur e la sua ambigua natura istituzionale ha scritto in questa sede Sandro Staiano, che si è soffermato anche sull’uso delle procedure bibliometriche e in genere “quantitative” che si è scelto di adottare. Su questo secondo aspetto mi limito a brevi osservazioni, per richiamare quelle che mi sembrano le questioni principali per poi accennare ad un contesto problematico più vasto. 

Il primo problema riguarda in generale l’uso di “indicatori”, ossia di dati quantitativi dai quali si dovrebbero ricavare indicazioni, appunto, sulla qualità della ricerca svolta. Gli indicatori sono “sintomi”, per così dire, che possono consentire, date certe condizioni definite e controllate, ragionevoli inferenze. La bibliometria è diventata negli anni una tecnica complessa e ha elaborato indicatori raffinati, tra cui il famoso indice Hirsch o H-index (il numero di citazioni ricevuto incrociato con il numero di pubblicazioni prodotte). L’uso di indicatori è ragionevole se sono date molte condizioni (si può contestare, ad esempio, come si è fatto, che le citazioni siano un indice di qualità: si può citare un lavoro per motivi opposti, oppure per amicizia, o citare se stessi), e se la banca dati su cui ci si basa è affidabile. Non voglio soffermarmi su questo. 



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COMMENTI
14/08/2012 - Università, passione e idee, e licei (Alberto Consorteria)

Finché l'università rimane statale siamo destinati a oscillare tra baroni e valutazioni buone per le poste. Chi ha passione per quello che fa ormai da 15 anni ha preso il volo per l'estero. Nelle aule son restati i burocrati, ed è giusto che lo stato li tratti da burocrati. Chiamiamo università una cosa che non è tale: è un mega liceone. Quello che scrive un professore di filosofia del liceo e quello che scrive uno dell'università, in Italia, hanno la stessa dignità (alta o bassa, dipende dalla rispettiva onestà intellettuale), e lo stesso impatto sulla vita privata o pubblica (ossia zero. Sui giornali da 20 anni vedo solo citati nomi stranieri per comprendere il presente, dall'economia alla morale). La ricerca avanzata non abita più qui da tanto tempo. Quindi sarebbe più corretto chiamarlo liceo di secondo livello, non università. E l'Italia manca di università.