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SCUOLA/ Ecco le alleanze trasversali che fanno male ai docenti

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Il nostro contesto, lo dobbiamo dire, è iper-conservatore, al di là di destra e sinistra. Chiuso a riccio su se stesso. Nelle scuole come nelle università. Soprattutto nelle università. Basti pensare alla prassi consolidata da sempre di privilegiare, da parte dei baroni universitari, più che i giovani di talento, le proprie cerchie di adepti, familismi più o meno mascherati, accordi incrociati.

È giusto protestare sui tagli, anche se, nonostante le recenti drastiche decisioni di Tremonti e di Monti, siamo passati in quattro anni dal 103% del rapporto debito-Pil di Padoa Schioppa all’attuale 123%. Conseguenza della crisi, è ovvio, ma, prima ancora, di una eredità tutta nostra che ha portato a scaricare sui nostri figli le nostre irresponsabilità.

È perciò giusto protestare, ma senza uno scatto in positivo si rischia solo di farsi del male. Perché i conti sono conti, e la realtà non si cambia con un tocco di bacchetta magica. Nemmeno con gli scioperi generali. Merito, innovazione, etica della responsabilità personale sono le parole chiave. Difficile limitarsi a piagnucolare.

Dal nostro “governo tecnico”, dedito perciò fondamentalmente al “principio di realtà”, a dire come stanno veramente le cose, mi aspettavo molto. Non per una subìta cultura tecnocratica, ma per, direi, buon senso: nei confronti di una realtà politica, come la nostra, in sempiterna campagna elettorale, vincolata per lo più alla sola logica dell’amico-nemico, una iniezione di sano “realismo”, pensavo, non poteva che far bene.

Invece, lasciando per il momento le questioni socio-economiche per concentrarci sul mondo della formazione e dell’innovazione, ho visto per lo più dei passi falsi, accanto alle logiche buone intenzioni: possibile, ho chiesto a più interlocutori, che un governo tecnico, che si è affidato ai super tecnici alla Bondi, in realtà alle mani dei tecnici ministeriali, non abbia compreso, vista la figuraccia sul Tfa, di dover mettere in cantiere, attraverso una “operazione verità”, delle strade alternative? 

La crisi, ce ne dovremmo rendere conto tutti, sta imponendo a tutta la pubblica amministrazione un radicale ripensamento del ruolo, dei servizi e dei costi.

Ed una “operazione verità” dovrebbe dire una cosa, soprattutto: anche se, in prima battuta, sembra che non si discuta più della qualità dei “servizi pubblici”, ma solo dei loro costi, facendo di tutta un’erba un fascio, nella vita reale, invece, sappiamo che la domanda di qualità sta emergendo attraverso i valori della sobrietà, della responsabilità, anche del risparmio.

E così, spinti dalla continua emergenza, non so se ci stiamo rendendo conto che stiamo lasciando il terreno ad un ritorno, per sola via amministrativa, ad un nuovo “centralismo” ministeriale. Legati alla convinzione che solo il controllo assoluto del “Moloch” statalista possa preservare il nostro Paese da ben peggiori conseguenze.

La cultura che sta sotto a questi comportamenti è figlia dell’idea pessimistica sul valore della persona e delle sue responsabilità “pubbliche”. Lo Stato non si fida. Come se il grande debito pubblico fosse figlio di genitori ignoti.



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