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SCUOLA/ Chi vuole "esiliare" gli umanisti?

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Roma, il Campidoglio (InfoPhoto)  Roma, il Campidoglio (InfoPhoto)

Le considerazioni della Nussbaum da un lato confermano la propensione all’emarginazione degli studi umanistici (lo “zoo” di cui scrive Botturi), dall’altro sottolineano la pericolosità di questo orientamento addirittura per la sopravvivenza della democrazia. Sono esagerate le riflessioni della Nussbaum? Per la studiosa c’è un  legame indissolubile tra tradizione umanistica − che favorisce il vaglio critico di ogni aspetto della realtà − e democrazia. Se la sua analisi è corretta, non si tratterebbe di essere tradizionalisti o di difendere il proprio recinto di interessi culturali di nicchia,  ma al contrario promuovere la cultura umanistica equivarrebbe a dare un contributo indispensabile alla società perché si possa mantenere la democrazia.

Forse i toni della Nussbaum sono talvolta un po’ troppo apocalittici, ma mi sembra interessante segnalare la linea di tendenza nella visione degli studi da lei segnalata.

A mio avviso però il discorso va ampliato con un’ulteriore considerazione: il confinamento programmato degli studi umanistici può risultare accettabile all’opinione comune perché è diminuito il riconoscimento sociale legato a tali discipline; ed il latino in questo è probabilmente solo il primo bersaglio. Per spiegare che cosa intendo faccio un esempio che riguarda l’Inghilterra del XIX secolo. Come ha riferito il prof. Milanese recentemente in un interessante convegno intitolato “le buone pratiche della scuola lombarda nel contesto delle discipline classiche e umanistiche” tenutosi il 21 maggio al Pirellone e organizzato dall’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia, il latino nell’Inghilterra dell’Ottocento aveva una grandissimo prestigio in quanto aveva il ruolo di “ascensore sociale”. Per diventare governatore o funzionario nelle colonie di Sua Maestà occorreva superare la prova di composizione latina e tutti quelli che volevano diventare “qualcuno” (e non erano di per sé nobili) studiavano questa lingua. Lo studio del latino era fiorente ed ritenuta scontata la sua importanza: anche se non legato necessariamente al riconoscimento del valore intrinseco della disciplina, aveva insomma un indiscusso prestigio sociale e ritengo che non fosse nemmeno immaginabile un confinamento del latino e delle materie umanistiche, tale era la loro considerazione generale. 

Anche oggi e particolarmente in Italia si ha la stessa percezione dell’importanza del latino e della cultura umanistica in generale? Ho qualche dubbio in proposito. Per limitarmi alla mia esperienza personale, mi pare di scorgere due differenti atteggiamenti.

Quando ho occasione di parlare con qualche manager d’azienda mi sembra che ancora la cultura umanistica venga ritenuta un valore. Nel convegno “le buone pratiche ...” sopra ricordato, il dott. Petralia, dirigente dell’Ufficio Scolastico, esortava i docenti di materie classiche ad essere consapevoli di essere formatori della classe dirigente che avrà il compito di far rinascere l’Italia. 

Il prestigio mi sembra invece che si sia un po’ indebolito nelle famiglie e negli studenti. L’impressione che ho è che fino a qualche anno fa la considerazione comune delle discipline umanistiche era alta e la scelta liceale, ed in particolare del liceo classico, aveva un indiscusso riconoscimento sociale. Oggi il giudizio sui licei sembra molto mutato: pare che il “vero” liceo sia quello scientifico perché in esso c’è molta matematica (che  “serve” sempre); segue, nella considerazione, quello tecnologico, visto come il “vero scientifico”,  dato che  non prevede il latino, materia che non si capisce cosa c’entri in uno scientifico; chiude la rassegna il classico. Sto un po’ estremizzando, ma confesso che sto riferendo posizioni personalmente e realmente conosciute.



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COMMENTI
23/08/2012 - la Nussbaum ha ragione (giulia sidoti)

Non posso aggiungere altro a quanto fatto rilevare in questo validissimo articolo, vorrei solo sottolineare che il Latino va porto non più come ascensore sociale, ma come utile terapia e prevenzione della perdita della identità umana e pratica indispensabile all'apertura delle porte di ogni conoscenza. Basti pensare a Seneca che per primo sollevò la questione tra etica e progresso scientifico (Naturales Quaestiones).