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SCUOLA/ Un prof: così Simona e Leopardi hanno "sconfitto" il precariato

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Dopo un mese, però, mi ferma all’uscita, in un certo angolo di corso Cavour, e mi dice, in sostanza, che a lei non interessa parlare dell’infinito, non le serve esprimere un’opinione su cosa intendesse Leopardi per infinito: lei vuole l’infinito. E non una briciola di meno. Mi fa anche l’esempio concreto: il sabato precedente, per la prima volta, non è uscita, perché da qualche settimana non vuole accontentarsi di niente che sia meno dell’infinito. Fra tutti i rapporti possibili, si era scelto quello più importante: il rapporto con l’infinito. Anche il rapporto con me veniva bruciato da una domanda drammatica, rispetto a cui mi scoprivo tremendamente inadeguato: Simona entrava in rapporto con qualcosa che era più di me, di Leopardi, della classe, del futuro, della letteratura, del voto. Anzi, con qualcosa che rendeva finalmente interessante il rapporto con me, Leopardi, la classe, il futuro, la letteratura, il voto.

Ecco, io son dovuto rientare in classe dalla successiva mattina di novembre fino agli esami di Stato guardando quegli occhi al secondo banco. Credo che Dio lo abbia fatto apposta, all’inizio della mia storia professionale: per dirmi una volta per tutte, in maniera indimenticabile, che in classe il problema non è diventare all’altezza delle situazioni, ma scoprire qualcosa che è all’altezza della nostra natura. Perché davanti a me ho degli uomini, a cui niente meno dell’infinito può bastare. Sia per vivere sia per fare i compiti.

Infatti insegnare anche una figura retorica è come andare per mare: senza evocare la nostalgia dell’infinito, si polverizzano tutte le pagine, tutti i dettagli. Ha detto bene Saint-Exupéry: “Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini solo per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”. Ma non si tratta soltanto degli alunni: io sono questo rapporto con l’infinito. E a me può succedere di non incontrare più per il resto della mia vita nessuna Simona, ma di essere libero, cioè di non dipendere da quanto rispondono i miei alunni. Di dipendere soltanto da qualcosa che mi fa sentire in un’aula come nel mare, di fronte a un alunno sconosciuto e fastidioso come di fronte a mio figlio.

Su questo – lo sappiamo bene – c’è poco da barare: il rapporto con l’infinito, come ogni rapporto, c’è o non c’è. E se non c’è, se è puramente immaginario, crolla al primo soffio di vento, al primo insuccesso: se l’orizzonte effettivo di uno studente è il voto, nessuna esortazione potrà convincerlo che lui non vale un 4 o un 8 ma vale l’infinito, come a non disperarsi per un 72 o a non “vendersi la mamma” pur di strappare un 100 e lode; allo stesso modo, nessun autoconvincimento riesce a farti dire che insegnare è il più bel mestiere del mondo se l’infinito fosse così aleatorio che sulle labbra ti tornano continuamente le lamentele sul precariato, gli stipendi bassi, il ruolo nella società che non è più quello di una volta, i giovani di oggi che non ne vogliono sapere e la voglia che arrivi presto il sabato.



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COMMENTI
22/08/2012 - La ragione di Simona (luigi ricciardi)

La cosa più bella e importante che si impara da quel che racconti è che la ragione di Simona funziona molto meglio di quella di tanti "studenti" e "professori"... Non funziona a vuoto, non da niente per scontato... Mi ricorda quello che si racconta di san Tommaso d'Aquino (un padre della ragione occidentale): fin da ragazzino andava in giro con balda ingenuità chiedendo a tutti: "Ma chi è questo 'Dio' di cui si parla in giro?". Certo, la ragione non si apre all'infinito se non accade 'qualcosa' di concreto, di reale che la 'allarga'. Nel caso di Simona questo sei stato tu...