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SCUOLA/ "Vale" più il lavoro o l'educazione di un figlio?

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L’Unione europea, in particolare, ha elaborato un progetto denominato ECEC (Early Childhood Education and Care), finalizzato a “consentire a tutti i bambini di affacciarsi al mondo di domani nelle condizioni migliori” e fondato sul presupposto secondo cui gli interventi e gli investimenti sui bambini piccoli sono a fondamento dell’apprendimento per tutta la vita, dell’integrazione sociale, dello sviluppo personale e della possibilità di trovare lavoro, aumentano l’equità in termini di risultati scolastici e riducono le spese per l’assistenza sociale, la salute e la giustizia. I Paesi membri sono quindi invitati a predisporre politiche finalizzate a creare strutture di qualità per la prima infanzia. 

Indubbiamente il progetto risponde alla necessità di assicurare indistintamente a tutti i bambini quel benessere e quello stato di salute che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi comprende non più soltanto le cure materiali ma anche la possibilità di apprendere per tutta la vita. Creare strutture per la prima infanzia che assicurino tali condizioni significa far fronte alle conseguenze negative che la povertà e il disagio familiare hanno sullo sviluppo del bambino. 

Tra le conseguenze positive di tali scelte, nei documenti dell’Unione europea si richiamano anche l’aumento della mobilità dei lavoratori e una maggiore possibilità di accesso delle donne al lavoro. 

Sicuramente si tratta di aspetti che soddisfano le richieste formulate in passato dal femminismo, per il quale (giustamente) l’emancipazione della donna richiedeva necessariamente uguali opportunità lavorative rispetto agli uomini. Sicuramente sono soddisfatte le esigenze della società economica, che necessita di un numero di lavoratori attivi elevato per far fronte alle spese sociali. Sicuramente interventi di qualità sulla prima infanzia aumentano l’equità e quindi riducono lo svantaggio esistente tra bambini appartenenti alle cosiddette “fasce deboli” e bambini nati in famiglie di status socio-economico elevato.

Ci si chiede però se ci si possa limitare a offrire alle donne strutture che, in un certo senso, le “sostituiscano” efficacemente nella fase iniziale della vita del bambino o se, al contrario, non sarebbe più opportuno prevedere misure che invece consentano alla madre, pur senza arrivare a un rapporto totalizzante, di seguire veramente da vicino lo sviluppo del suo bambino nei primi anni di vita senza che ciò comporti penalizzazioni in termini di carriera lavorativa. 

In proposito la legislazione italiana in termini di tutela della maternità e della paternità è senza dubbio tra le più avanzate, ma copre adeguatamente solo i primissimi mesi di vita. Inoltre è noto che esistono forti differenze tra le madri che sono lavoratrici dipendenti con contratti di lavoro stabili e madri che sono lavoratrici autonome o che hanno contratti precari. Altrettanto noto è che per i primi tre anni di vita le strutture pubbliche (i nidi infantili) non coprono assolutamente le esigenze delle famiglie, così come non sono sufficienti le Sezioni primavera, che accolgono bambini dai due ai tre anni ma che sono nate come forma di sperimentazione e continuano ad avere questa connotazione, con conseguenze negative ad esempio sulla stabilità del personale e, spesso, sulla stessa sopravvivenza della sezione. 



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COMMENTI
24/08/2012 - Primo: riconoscere la famiglia (Marco Coerezza)

Nella mia funzione di direttore di una scuola dell’infanzia sono a contatto quotidianamente con le problematiche sollevate dall’interessante, e nello stesso tempo contraddittorio, articolo. Mi permetto di fare tre osservazioni: innanzitutto occorre partire non da ciò che manca, ma da ciò che c’è. Il dato di realtà, come riconosce anche l’autrice è molto semplice: là dove un bambino vive con una madre e un padre cresce meglio. Secondo: il vero fattore generativo della crescita del bambino è l’unità dei genitori e non esiste, se non in astratto, un rapporto madre-figlio separato da quello con il padre. Terzo: la precoce istituzionalizzazione dell’educazione è una vera criticità. Allora prima di pensare a “formare e informare i genitori sul modo di promuovere lo sviluppo dei figli” (e poi chi sarebbe deputato a farlo? Con quale diritto e legittimazione?) occorre riconoscere – concretamente – la famiglia come soggetto educativo fondamentale (come recita la Costituzione italiana) e ripensare radicalmente tutto il nostro sistema di welfare, con essa e non al fine di sostituirla. Bisogna uscire dal vecchio schema assistenzialistico-istituzionale e ridare spazio alla persona, singola o riunita nelle forme associative, come protagonista della costruzione di una società più a misura di uomo e quindi di bambino. In questo, alcuni Paesi (ho in mente alcune esperienze in Ecuador realizzate da AVSI) sono all’avanguardia rispetto alla nostra ‘vecchia’ Italia.

 
24/08/2012 - lavoro delle madri (Domenica Di Marco)

Vorrei commentare questo interessantissimo articolo solamente citando una affermazione di mia madre classe 1915. Quando era ancora viva, spesse volte guardando le sue nuore ed i suoi nipoti diceva che il Governo doveva pensare anche a quei bambini lasciati soli a casa o sballottati da una parte all'altra, perchè la madre lavorando non era più in casa con i figli; il Governo doveva fornire un sussidio alle madri che rinunciavano a lavorare fino al compimento del 18° anno di età dei propri figli, lasciando così spazio e tempo per dedicarsi all'educazione ed alla serenità dei figli. Il sussidio doveva essere calcolato sul fabbignoso del nucleo familiare (es: numero dei figli, lavoro del padre. Al compimento del 18° anno dell'ultimo figlio la madre avrebbe avuto una pista preferenziale qualora desiderava ancora iniziare a lavorare. Noi figli giudicavamo tale proposta assolutamente anacronista ed idealista. Purtroppo aveva ragione! Oggi lavorando nell'ambito della educazione debbo registrare i disastri di ciò che chiamo "le madri in carriera", proiettate solo ad emulare l'uomo lavoratore, con pochissima consapevolezza del fabbisogno affettivo e di cura, non solo biologica, del proprio figlio che cresce con la consapevolezza "oscura" di non sentirsi voluto ed amato, e, quindi, si protende verso l'autodistruzione di cui conosciamo il fenomeno giovanile. Grazie per affrontato l'argomento.

 
23/08/2012 - Christian orfano di giorno (Vincenzo Pascuzzi)

«Nel corso di un paio di settimane venni a sapere che Christian aveva sette anni e mezzo, che i suoi nonni abitavano in un’altra città, che i genitori lavoravano entrambi e uscivano al mattino prima di lui e rientravano alla sera dopo le sei. «Mangi da solo?» gli chiesi, e mi rispose di sì, che mangiava quello che la mamma gli aveva lasciato sul tavolo, insalata, mozzarella o prosciutto e un bicchiere di latte freddo perché lei non voleva a nessun costo che accendesse il gas. «E dopo mangiato cosa fai?» continuai a chiedergli. «Leggo i giornalini, faccio i compiti e poi gioco da solo». Un bambino dickensiano, pensai, che non patisce la fame, che non è costretto a rubare, ma che in qualche modo è stato privato della spensieratezza dell’infanzia, dei giochi con i coetanei, dell’allegria condivisa. La scuola frequentata da Christian non aveva il tempo pieno e iscriverlo in un’altra, più lontana, avrebbe comportato un pericolo maggiore all’andata e al ritorno. Non so più nulla di Christian, perché cambiai casa poco dopo, so però che contro di lui è stata commessa un’ingiustizia». Dal libro di Margherita Oggero - “Orgoglio di classe” – Oscar Mondadori - 2008