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SCUOLA/ "Vale" più il lavoro o l'educazione di un figlio?

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Monitoraggi effettuati nella Regione Piemonte sulle Sezioni Primavera hanno ad esempio evidenziato che la quasi totalità dei bambini vi trascorre 10 ore al giorno per cinque giorni alla settimana. Pur essendo la qualità delle operatrici e delle strutture ottime, siamo davvero sicuri che questa sia la condizione ottimale per i bambini?

Il pediatra americano Brazelton, nell’introduzione al suo libro I bisogni irrinunciabili dei bambini, scrive che un  numero elevato di bambini fin dalla più tenera età vive una sorta di “cura istituzionale” che non è esattamente quella che può offrire una famiglia adeguata e che tale esperienza presenta, come unico aspetto positivo, il fatto che quando quegli stessi bambini, diventati anziani, fruiranno di forme analoghe di cura istituzionali nelle case riposo, proveranno la sensazione di avere già vissuto quella situazione. Davvero sconsolante!

D’altra parte oggi non si può più pensare che sia sufficiente lasciare i bambini piccoli con le mamme per avere le situazioni ottimali. Le politiche per la prima infanzia, accanto alla legittima e giusta preoccupazione per la creazione di strutture di qualità, dovrebbero pertanto preoccuparsi di formare e informare i genitori sul modo in cui promuovere lo sviluppo dei figli: perché nonostante molte persone continuino a non esserne convinte, genitori non si nasce ma si diventa.

 



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COMMENTI
24/08/2012 - Primo: riconoscere la famiglia (Marco Coerezza)

Nella mia funzione di direttore di una scuola dell’infanzia sono a contatto quotidianamente con le problematiche sollevate dall’interessante, e nello stesso tempo contraddittorio, articolo. Mi permetto di fare tre osservazioni: innanzitutto occorre partire non da ciò che manca, ma da ciò che c’è. Il dato di realtà, come riconosce anche l’autrice è molto semplice: là dove un bambino vive con una madre e un padre cresce meglio. Secondo: il vero fattore generativo della crescita del bambino è l’unità dei genitori e non esiste, se non in astratto, un rapporto madre-figlio separato da quello con il padre. Terzo: la precoce istituzionalizzazione dell’educazione è una vera criticità. Allora prima di pensare a “formare e informare i genitori sul modo di promuovere lo sviluppo dei figli” (e poi chi sarebbe deputato a farlo? Con quale diritto e legittimazione?) occorre riconoscere – concretamente – la famiglia come soggetto educativo fondamentale (come recita la Costituzione italiana) e ripensare radicalmente tutto il nostro sistema di welfare, con essa e non al fine di sostituirla. Bisogna uscire dal vecchio schema assistenzialistico-istituzionale e ridare spazio alla persona, singola o riunita nelle forme associative, come protagonista della costruzione di una società più a misura di uomo e quindi di bambino. In questo, alcuni Paesi (ho in mente alcune esperienze in Ecuador realizzate da AVSI) sono all’avanguardia rispetto alla nostra ‘vecchia’ Italia.

 
24/08/2012 - lavoro delle madri (Domenica Di Marco)

Vorrei commentare questo interessantissimo articolo solamente citando una affermazione di mia madre classe 1915. Quando era ancora viva, spesse volte guardando le sue nuore ed i suoi nipoti diceva che il Governo doveva pensare anche a quei bambini lasciati soli a casa o sballottati da una parte all'altra, perchè la madre lavorando non era più in casa con i figli; il Governo doveva fornire un sussidio alle madri che rinunciavano a lavorare fino al compimento del 18° anno di età dei propri figli, lasciando così spazio e tempo per dedicarsi all'educazione ed alla serenità dei figli. Il sussidio doveva essere calcolato sul fabbignoso del nucleo familiare (es: numero dei figli, lavoro del padre. Al compimento del 18° anno dell'ultimo figlio la madre avrebbe avuto una pista preferenziale qualora desiderava ancora iniziare a lavorare. Noi figli giudicavamo tale proposta assolutamente anacronista ed idealista. Purtroppo aveva ragione! Oggi lavorando nell'ambito della educazione debbo registrare i disastri di ciò che chiamo "le madri in carriera", proiettate solo ad emulare l'uomo lavoratore, con pochissima consapevolezza del fabbisogno affettivo e di cura, non solo biologica, del proprio figlio che cresce con la consapevolezza "oscura" di non sentirsi voluto ed amato, e, quindi, si protende verso l'autodistruzione di cui conosciamo il fenomeno giovanile. Grazie per affrontato l'argomento.

 
23/08/2012 - Christian orfano di giorno (Vincenzo Pascuzzi)

«Nel corso di un paio di settimane venni a sapere che Christian aveva sette anni e mezzo, che i suoi nonni abitavano in un’altra città, che i genitori lavoravano entrambi e uscivano al mattino prima di lui e rientravano alla sera dopo le sei. «Mangi da solo?» gli chiesi, e mi rispose di sì, che mangiava quello che la mamma gli aveva lasciato sul tavolo, insalata, mozzarella o prosciutto e un bicchiere di latte freddo perché lei non voleva a nessun costo che accendesse il gas. «E dopo mangiato cosa fai?» continuai a chiedergli. «Leggo i giornalini, faccio i compiti e poi gioco da solo». Un bambino dickensiano, pensai, che non patisce la fame, che non è costretto a rubare, ma che in qualche modo è stato privato della spensieratezza dell’infanzia, dei giochi con i coetanei, dell’allegria condivisa. La scuola frequentata da Christian non aveva il tempo pieno e iscriverlo in un’altra, più lontana, avrebbe comportato un pericolo maggiore all’andata e al ritorno. Non so più nulla di Christian, perché cambiai casa poco dopo, so però che contro di lui è stata commessa un’ingiustizia». Dal libro di Margherita Oggero - “Orgoglio di classe” – Oscar Mondadori - 2008