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EDUCAZIONE/ Chi guarirà i "figli" di Rousseau e John Lennon?

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Una statuina di John Lennon (Infophoto)  Una statuina di John Lennon (Infophoto)

L’educazione moderna, si pensi a Rousseau, entra in scena in un contesto socio-culturale contrassegnato da quella che potremmo definire la crisi della concezione classica dell’uomo. Venuta meno la teleologia naturale, diciamo pure il telos, a partire dal quale l’uomo comprendeva se stesso e dal quale traeva in ultimo la propria misura, non restano che le infinite possibilità di un soggetto che non ha più limiti. Di qui le sperimentazioni più spericolate, vuoi verso il ritorno (impossibile!) alla spontaneità dello stato di natura, ossia dell’homme naturel, come lo chiamava Rousseau, vuoi verso l’uomo totalmente “sociale”, il roussoiano “cittadino”. Spontaneismo e socializzazione diventano gli errori tipici di un certo modo di concepire l’educazione, dal quale lo stesso Rousseau, a dire il vero, prese le distanze, ma che purtroppo ha continuato a persistere anche nella pedagogia contemporanea. Alla base di questi errori sta una perniciosa mancanza di senso della realtà e un’altrettanto perniciosa, speculare, propensione all’astrazione.

“Educare l’uomo - così recita uno dei tanti aforismi fulminanti di Nicolàs Gòmes Davila - è impedirgli la libera espressione della sua personalità”. Ecco una bella provocazione per gran parte della pedagogia contemporanea. Non si tratta infatti di ribadire, magari contro Rousseau, il senso di una educazione autoritaria. Ormai credo che un salutare antiautoritarismo sia stato digerito pressoché da tutti. Si tratta piuttosto di non dimenticare la realtà, di non dimenticare che non rimarremo per sempre bambini e che la nostra riuscita nella vita, la nostra felicità dipenderanno soprattutto dalla “coscienza” che avremo acquisito della realtà e di noi stessi, nonché dalla nostra capacità di vivere in armonia con entrambi, senza velleitarismi, abdicazioni o risentimenti.

Abbiamo dunque bisogno di educazione, non per liberaci di ogni condizionamento sociale, né per diventare buoni cittadini (o buoni cattolici), ma semplicemente per trovare la nostra strada, per sentirci a casa nel mondo che abitiamo e diventare ciò che siamo: uomini, appunto; persone libere, la cui irripetibile unicità si esprime sempre in un tessuto di relazioni costitutive. Ma la nostra epoca sembra averlo dimenticato. Viviamo, come è noto, in una società “ipotetica”, orgogliosa della propria “debolezza” normativa e intellettuale. La libertà di ciascuno di orientare a piacimento la propria vita è diventata una sorta di dogma da far valere in ogni ambito della vita individuale e sociale, quindi anche nelle istituzioni educative, le quali, proprio per questo, si pensi alla famiglia e alla scuola, sono finite per navigare a vista, senza una rotta precisa, né un obiettivo ideale da raggiungere.

Grazie alla scienza, alla tecnica e, paradossalmente, al dubbio metodico, ci siamo messi sempre di più al sicuro rispetto alla realtà; quest’ultima ci resiste sempre di meno; è sempre di più un semplice pretesto, sul quale esercitare le nostre scorribande, per diventarne “padroni”. Ma l’effetto, forse imprevisto e certamente indesiderato, è quello di una sempre più paralizzante paura nei confronti della vita, la quale, come sappiamo, è incerta per definizione, e tale resta nonostante i nostri “calcoli”. L’unica realtà che riusciamo più a sopportare è quella che dipende da noi, quella “fatta” da noi; la luce che illumina le nostre azioni non è più data da un “ideale di vita”, ma da un progetto “tecnico”; al mondo reale si sostituisce insomma una sorta di mondo di plastica, un universo simbolico fatto di infinite possibilità, tutte ugualmente possibili, dove una sorta di nichilismo tragico e divertito sembra danzare ormai il suo tripudium. 



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