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SCUOLA/ Il Miur e l'enigma del "piacere"

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All’ovvia obiezione che in programmi scolastici destinati alle prime età non avrebbe senso introdurre l’ideale della «conoscenza per la conoscenza», bisogna replicare non solo che una sua eliminazione nei passi iniziali lo può pregiudicare in assoluto (per riprendere l’esempio: come potrà in tempi successivi uno studente comprendere che la matematica è qualcosa di completamente diverso da quanto gli è stato inculcato per anni?), ma soprattutto che l’ideale del sapere per il sapere è quello che più caratterizza l’atteggiamento di spontanea curiosità di fronte al mondo, che semmai nelle età successive va scemando.

Quando Tommaso d’Aquino osservava che il gioco, con i suoi caratteri di libertà e piacere, è ciò che più si avvicina alla sapientia, scriveva forse la migliore lode filosofica del bambino. Da questo punto di vista bisogna anzi rammaricarsi che nella bozza l’idea che viene trasmessa del gioco è parimenti strumentale: il gioco serve «per apprendere per via pratica», per socializzare, per distendersi, per imparare le lingue straniere, la matematica ecc. Dunque non viene concepito come «libero» e mai ha un valore in sé.

C’è solo un terreno nel quale nella bozza di programmi si mostra qualcosa che somiglia all’ideale di una conoscenza libera. Ciò avviene nel campo estetico: l’arte deve educare «al piacere del bello», bisogna coltivare il «piacere della fruizione», il comunicare comporta un «piacere». In questa linea e nel contesto dell’educazione linguistica viene perfino elaborata l’unica timida proposta di un «gusto intellettuale»: il leggere soddisfa «il piacere estetico dell’incontro con il testo letterario e il gusto intellettuale della ricerca di risposte a domande di senso». Si tratta di indicazioni interessanti, che fanno percepire come il campo estetico sia uno dei più refrattari ad un’interpretazione utilitaristica e dunque uno tra i più importanti pedagogicamente. Dall’altra parte c’è da domandarsi se la sottolineatura esclusiva del piacere non neutralizzi tale indicazione privandola di ogni spessore intellettuale. Il piacere estetico è qualcosa che si conquista con l’educazione, non un presupposto pacifico.

In una prospettiva un po’ diversa, bisogna chiedersi se questa oscillazione tra «conoscenze utili» e «piaceri inutili» non rispecchi il discutibile equilibrio tutto moderno tra «lavoro» e «tempo libero», dove il secondo è sì l’erede dell’antica «vita contemplativa» teorizzata dalla filosofia (e dalla religione), in quanto «gioco piacevole e senza scopo esterno», privato però sia del suo autentico carattere di libertà (inserito com’è nel sistema dei «godimenti» pianificati socialmente) sia della sua funzione di spazio del senso della vita. L’espressione «tempo libero» ricorre in effetti quattro volte nella bozza, ma senza essere mai problematizzata, neppure di fronte all’emergere, ormai oggetto di ripetute analisi, del «bambino con l’agenda da manager» in quanto costretto ogni giorno a svolgere attività programmate da altri per il suo «tempo libero». 



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