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SCUOLA/ Il Miur e l'enigma del "piacere"

Pubblicazione:sabato 25 agosto 2012 - Ultimo aggiornamento:sabato 25 agosto 2012, 13.08

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Caro direttore,

la pubblicazione a fine maggio da parte del Miur della bozza delle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione dovrebbe essere un’occasione preziosa per riflettere in modo sereno sull’orientamento che sta assumendo la scuola italiana (e più in generale occidentale), soprattutto considerando l’influenza che i primi anni di formazione hanno sia sugli ulteriori itinerari educativi, sia sulla vita della nazione. I problemi della scuola non sono mai soltanto della scuola, ma della civiltà. Il fatto poi che tale bozza sia stata elaborata alla fine di un processo molto travagliato dovrebbe acuire l’attenzione per le scelte pedagogiche in essa compiute.

In un documento tanto lungo (62 fitte pagine) è prevedibile che si trovino molte cose buone e molte cose discutibili, e infatti così è. C’è però un punto che attira l’attenzione anche dei non addetti ai lavori: che in tante pagine non ricorra praticamente mai, se non nella forme indirette che noteremo, l’ideale della conoscenza libera, dell’amore per il sapere in quanto tale, del conoscere per il piacere di conoscere. Si tratta di un ideale ben noto alla filosofia, che anzi si può ritenere uno degli elementi fondanti dello spirito filosofico, di cui Aristotele ha dato la più tipica e durevole caratterizzazione. Ma si può fondatamente ritenere che tale spirito sia anche una delle basi della civiltà europea, sia sotto la forma della «ricerca pura», sia nella traduzione religiosa della «vita contemplativa» come scelta terrena e destino eterno, sia nella forma della scelta di una paideia umanistica all’interno della quale ha pienamente senso anche la preparazione scientifica e tecnica.

L’esempio forse più evidente di tale assenza è costituito dalla formulazione dei programmi di matematica (anche qui, un caso filosoficamente interessante visto il ruolo che la matematica ha giocato nella costruzione dell’ideale della ricerca filosofica). Chi li ha concepiti si è sforzato in ogni modo di negare l’idea di una matematica «astratta», per ricondurla invece a tecnica di soluzione di problemi concreti. In tal modo i programmi di «matematica» risultano in realtà difficilmente distinguibili da programmi di fisica elementare o ragioneria o tecnologia. Il modo incredibile in cui viene definita la materia lo testimonia: la matematica servirebbe per sviluppare «le capacità di mettere in stretto rapporto il “pensare” e il “fare”» e offrire «strumenti adatti a percepire, interpretare e collegare tra loro fenomeni naturali, concetti e artefatti costruiti dall’uomo, eventi quotidiani». Dopo qualche riga si specifica che «la matematica [...] dà strumenti per affrontare problemi utili nella vita quotidiana». Questa impostazione utilitaristica è percepibile praticamente in tutte le discipline. 


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