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LA STORIA/ L’avventura "on the road" di un padre col figlio autistico

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Una scena del film Rain Man  Una scena del film Rain Man

Il quale, alla fine del viaggio, non arriva a conoscere di più il mondo di Andrea o a trovare risposte o soluzioni alla patologia del figlio. Ritorna a casa, dopo tre mesi di avventure, con un affetto eun rispetto per un mondo che non riesce a penetrare, ma che sa esistere dentro quel ragazzone apparentemente legato a poche e reiterate emozioni. Andrea si rapporta alle persone abbracciandole e toccando loro la pancia: da qui reazioni di paura o di stupore negli altri. Allora una soluzione pratica; far scrivere su magliette colorate indossate da Andrea “Se ti abbraccio non aver paura”. “Una scritta né troppo grande, né troppo piccola: non voleva essere un avvertimento minaccioso e tantomeno una supplica. Un semplice suggerimento”.

Così racconta il padre che, ora più di prima, sa, è certo dell’esistenza di un mondo interiore del figlio complesso e articolato come il mondo interiore di ciascuno di noi. Ed è questo stare di fronte alla realtà senza pregiudizi o stereotipi che permette a padre e figlio di incontrarsi su binari paralleli che spesso si sfiorano in scambi non previsti sulla mappa dell’esistenza. Non è necessario conoscere tutto di una persona per entrare in rapporto con lei, non è necessario codificare tutto e pianificare tutto: è necessario lasciare spazio al mistero che si fa epifania quando meno te lo aspetti e nelle modalità meno consuete.

Allora può accadere l’impensabile, compreso che un adulto genitore impari dal figlio apparentemente statico e rigido la capacità di lasciarsi andare alla vita “che ha la sua esperienza”, come suggerisce Odisseu, un amico incontrato durante il viaggio. Non è una rinuncia quella che alberga nell’animo del padre, neppure un’esaltazione di un dramma che rende grandi le cose e chi lo vive. Dopo la diagnosi di autismo pronunciata quando Andrea aveva tre anni il padre racconta. “Per trecento chilometri ho riempito la macchina di urla e lacrime. E’ stato il mio modo di entrare sino in fondo nella realtà. Però in quel momento ho capito che non avrei vissuto con un continuo pianto senza lacrime, con una smorfia o con un ghigno. Davanti a questa prova della vita avrei imparato a sorridere: l’avrei affrontata con fatica, ma anche con responsabilità, con intenzione. Con positività. Non sarei rimasto lì a inghiottire vicoli ciechi in salsa di palude”.



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